Albert Woodfox Libero! Una volta piantato, quel seme diventerà altro.

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In occasione della liberazione dopo 44 anni di isolamento, di Albert Woodfox, membro delle Black Panthers, vi proponiamo un articolo datato qualche mese, scritto in occasione dell’incontro al Forte Prenestino con alcuni membri e fondatori del leggendario partito nero.

Una volta piantato, quel seme diventerà altro. 

L’incontro finisce e quello che penso è che le Black Panthers, il movimento per la rivendicazione dell’identità nera negli Stati Uniti nato alla fine degli anni ’60, conserva oggi una valenza e un peso ancora attualissimo, e qualcosa mi fa sospettare custodisca la chiave di altre moltissime lotte, ancora da costruire, ancora da vincere.

Ma riarrotoliamo il tempo..

A raccontare alcuni aneddoti del movimento, a presentarne la storia e l’evoluzione è Dequi Odinga, moglie di Sekou Odinga militante e attivista, nonché membro fondatore del BlackPanthers Party, prigioniero politico, detenuto 34 anni nelle carceri degli Stati Uniti e uscito soltanto nel novembre 2014.

Dequi, poco dopo la cattura di suo marito e di altri militanti, ha fondato il Sekou Odinga Defense Committee, che è riuscito col lavoro costante e perseverante di anni, a ottenere la liberazione del marito. Tra tutti gli arrestati perché attivisti del movimento, solo 16 hanno poi ritrovato la libertà, gli altri sono ancora detenuti.  E la detenzione per le pantere nere contemplava, almeno negli anni 70 e 80, torture e percosse gravissime, alcuni, racconta Dequi, hanno trascorso 19 anni in isolamento. E lo stesso Sekou, a causa di un pestaggio violentissimo ha trascorso 3 mesi in ospedale. Il periodo di detenzione, ha significato per molti dei membri del BPP un allontanamento totale dal mondo reale, dalla famiglia. A Sekou Odinga, non è stato permesso di presenziare ai funerali dei familiari che ha perso nei 34 anni di prigionia (padre, fratelli e il figlio – assassinato). Alle parole pronunciate secche e quasi solenni da Dequi «Freedom is not free» nasce un applauso collettivo, e come un’onda altissima scuote la platea, e mi sembra di percepire l’empatia e la commozione che in quel momento tutti insieme stiamo vivendo, esprimendo, e sicuramente introiettando in qualche luogo dentro di noi. Un luogo che ognuno conserva geloso, ma che insieme vorrebbe condividere, quello spazio in cui ogni idealista, militante e forse ogni cuore giusto, ripone la fede per una giustizia finalmente reale, per un futuro davvero a misura d’uomo, incarnata stasera da una donna sessantenne dagli occhi vivi e sorridenti. Ancora, nonostante tutto luminosi e grandi.

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La criminalizzazione per atti di resistenza ha caratterizzato e caratterizza tutt’oggi il modus operandi degli Stati Uniti. Qui non è possibile parlare di prigionieri politici, non è possibile raccontare la vera storia della comunità afroamericana. Ne sa qualcosa Yaa Asantewaa Nzingha, educatrice, attrice e attivista del comitato creato da Dequi. Per lei, l’insegnamento è il mezzo per trasmettere la verità. Raccontare i fatti per quello che sono, cercando nel contempo di creare coscienza e identità, è ancora oggi pericoloso. Per averci provato, Yaa è stata licenziata da una scuola di Brooklin e ha subito ripetuti controlli dalla polizia. E’ proprio la criminalizzazione del movimento da parte dell’FBI, invocata a gran voce dal governo americano quale risolutrice della «questione» pantere nere divenuta già nei primi anni una minaccia gravissima alla stabilità interna del paese, a schiacciare e disperdere il movimento. Accusare i membri del BPP di omicidio di fronte ad azioni di resistenza e denuncia, di difesa per i più deboli, in cui non vi era alcuna traccia di quell’atto, ha costretto moltissimi attivisti alla fuga, all’esilio, generando col tempo un indebolimento e impoverimento del BPP. Come racconta Dequi, la lotta portata avanti da Sekou e dall’intero BPP parte dall’analisi della condizione dei bambini della comunità nera, ai quali non era garantita alcuna assistenza sanitaria, abitazioni e istruzione. Questa parola, futuro, mi fa pensare una cosa, forse un po’ confusa, ma che sento chiara. Le battaglie che ha portato avanti l’uomo nella sua storia, sono state guidate dall’idea di un futuro che non conosceva, ma che bene riusciva ad immaginare. La forza di un’idea che non trova ancora applicazione nella realtà diventa il motore per cambiarla, per mettere in moto quella rivoluzione che sempre evolve nel linguaggio e nelle finalità, ma che si nutre di una medesima radice, che è appunto l’immaginazione. Qualcosa che non tocchiamo con mano, ma che sappiamo può accadere, verificarsi. Perchè forse in misura minore o sporadica è riuscita altrove.

Tutti i partecipanti alla discussione hanno sottolineato come in USA non è possibile ancora oggi vivere luoghi come il Forte Prenestino, come i tanti spazi sociali che animano le città europee, luoghi forieri di coscienza, condivisione e rivoluzione. Quest’ultima parola è stata citata molte volte. Il potere rivoluzionario di un’idea, della forza collettiva, dello stare insieme, del confronto. Per Mutulu Olugbala, musicista afroamericano sostenitore e attivista nel comitato di Dequi, l’esistenza di luoghi occupati hanno un grandissimo potere evocativo: ricordano le lotte perse negli Stati Uniti e in qualche modo vinte in Europa. Questo mi fa pensare alla validità della teoria del caos.. la stessa idea che non trova una strada per esprimersi in un luogo, trova spazio e applicazione invece in un altro. Allora è vero che mai nessuna azione sarà fine a se stessa, ma inglobata in una lotta che si verificherà forse dopo molti anni, in altri luoghi. E questo mi fa sentire parte di un qualcosa più grande di me, di una collettività che se unita e decisa, può riscrivere alcune leggi fino ad ora indiscusse. E ci riesce traendo forza da sè stessa. E’ importante conservare la memoria di ciò che è stato, come ricorda Gerardina Colotti giornalista e attivista BR, detenuta 19 anni in carcere. Lei sottolinea quanto la divisione delle lotte siano lo strumento più importante usato dai governi per schiacciarle e soffocarle. La borghesia, fautrice dell’ineguaglianza, gioca proprio su questa “amnesia”. E allora dobbiamo essere capaci di ritessere le fila delle lotte portate avanti, di costruire relazioni tra le stesse, di costruire una coscienza collettiva che ci veda tutti combattenti di una stessa rivendicazione.

Il nesso con l’attuale situazione che viviamo qui pare ora essere molto chiaro. Oggi si combatte a colpi di sensibilizzazione, di atti di denuncia, di un costante impegno da parte di spazi sociali, associazioni culturali, movimenti dal basso, che agiscono per riportare a galla una verità anche qui celata. Che è per esempio quella degli abusi delle forze dell’ordine, di uno spaventoso razzismo istituzionale, sociale e culturale, di una criminalizzazione al diritto all’abitare, del sempre maggiore impoverimento culturale soppiantato da logiche economiche che non lasciano spazio alla più alta cultura della conoscenza, dell’ancora urgente lotta per i diritti di genere, dello smantellamento sempre più forte che lede il poco welfare che rimane, della cancellazione di qualsiasi speranza per un futuro degno per i giovani. L’esperienza delle BlackPanthers forse non racchiude tutte queste lotte, ma ci racconta com’è possibile mettere in crisi un paese, ci racconta di quanto è importante camminare insieme, afroamericani, latini indigeni, tutti uniti in una lotta che non bada alle differenze quanto piuttosto alla vicinanza della condizione che si vive. E la lotta portata avanti da spazi sociali che rischiano lo sgombero, rischiano la perdita di un percorso durato anni, rischiano il vanificarsi di attività culturali, sociali, educative non è lontana dalla lotta intrapresa dalle pantere nere, così come dai partigiani, dal popolo curdo, dalle femministe degli anni 60, dalle madri di Plaza de Mayo, dai popoli indigeni del sud america, dagli zapatisti.. tutti alla ricerca della verità. E anche se il prezzo pagato da molti membri dei sopraccitati movimenti è stato altissimo, non è andato perduto il senso di quello che hanno fatto, e lo dimostra il fervore che agita il mondo che viviamo, quel mondo fatto da migliaia di persone che provano a dare risposte davanti l’assenza dello stato, che provano a costruire luoghi di interazione e scambio, che provano a fare accoglienza vera, che tentano in tutti i modi di riportare una socialità e una cultura a costo zero, riempiendo di senso e di vita i nostri territori, le nostre città.

Ogni atto di resistenza porta con sè il seme della rivoluzione.

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