La prima volta che mi sono imbattuto nei Coma Cose ho avuto l’immediata sensazione di fluttuare in un universo tanto surreale quanto concreto. Un universo che questo duo è capace di dipingere con una sconvolgente genuinità che gli permette di muoversi tra mille generi risultando non solo credibili ma eccezionalmente efficaci in ogni diversa sfaccettatura. E finalmente dopo una dozzina di pezzi sparsi non inclusi in nessun album (se si esclude l’EP ad edizione limitata “Inverno Ticinese” uscito pochi mesi fa e già esaurito) arriva Hype Aura, con nove canzoni nuove dallo stesso forte impatto delle precedenti.

I Coma Cose sono Fausto Lama e DJ California, lui prevalentemente rapper ma artista a tutto tondo, capace di giocare con le parole come pochi, e lei prevalentemente cantante, oltre che DJ ovviamente, con raro talento interpretativo. Ed i due non esitano però a scambiarsi spesso i ruoli creando un feeling unico, che sembra rafforzarsi di traccia in traccia. L’apertura è con Granata , un incipit vagamente psichedelico che fa strada ad un pop che avanza gioioso tra sintetizzatori e ritmo serrato, con tanto di ritornello orecchiabile quasi a contrasto con un testo che tocca le corde della malinconia, dell’emarginazione e della depressione (“quanta paura ad essere diversi ma quanta noia ad essere perfetti, i ponti sono fatti per buttarsi, mica per metterci i lucchetti”). Il rap di Fausto, qui piuttosto breve a dire il vero, rende subito l’idea del suo stile dove metafore e wordplay la fanno da padroni senza mai perdere i filo del discorso. Da sottolineare il primo dei tanti riferimenti prettamente milanesi presenti in tutto il disco, come nelle loro canzoni precedenti (“mai una gioia tranne la fermata prima di Centrale” citazione della metro di Milano).

Il pezzo che segue è forse quello con la struttura più pop di tutto il disco ma si candida ad essere anche uno dei più originali e belli. Mancarsi è infatti una squisita descrizione delle vicissitudini di coppia ma interpretate quasi come una sfida al mondo, dando all’unione un significato di forza che ci si dà a vicenda, nonostante le paranoie e le paure. Il cantato di California qui è magico, capace di catturare un immaginario che in qualche modo tutti abbiamo vissuto (“dammi dell’ossigeno, fammi sentire in bilico, fammi pensare che questa giornata non sia grigia, come quando trovi la sabbia dell’anno prima dentro la valigia”) e regalando immagini con parole che già vedo ripetute a squarciagola da chi ascolta. Poi a metà pezzo arriva Fausto e fa un verso da brividi, di quelli in cui c’è tutto, tecnica, emozioni, intensità e persino una citazione del Danno. Trascriverne una parte non renderebbe l’idea, andatevelo ad ascoltare.

 

E fate lo stesso con Beach Boys Distorti, titolo che incuriosisce di suo e che prende imprevedibilmente vita in un pezzo musicalmente sperimentale, ritmo veloce, base elettronica che fa su e giù coi bpm trovando melodie moderne per un testo che viaggia tra ricordi e considerazioni ironiche sulla musica di oggi (“musica ti amo, musica ti odio, noi Città del Messico, Pantere Nere sopra al podio”). Poi c’è Via Gola che è il pezzo che ha preceduto l’album di qualche settimana e non a caso sembra la liaison naturale tra i pezzi precedenti e questo lavoro. Il sound è sicuramente più arioso, ad aprire c’è il rap di California che ci introduce nel quotidiano stonato e stralunato, tra la felicità e la depressione, il tutto condito da infiniti affreschi milanesi, a partire dal titolo. “E’ tutto così rallentato che si può capire perché per raggiungere il nirvana a volte serve un overdose di fucile” è uno dei tanti passaggi brillanti di un pezzo di elegante fattura, dove è presente anche un evidente tastiera omaggio al miglior Battisti nel bel mezzo.

Poi all’improvviso arriva l’apertura beatlesiana di A Lametta che sfocia nel testo più autobiografico del mucchio, laddove California sembra voler sottolineare il suo rapporto a tutto tondo con la musica mentre Fausto dedica a lei, che è anche la sua compagna nella vita, i soliti versi pennellati (“Lei che si tagliava i capelli così corti che quasi le vedevi i pensieri”) oscillando tra atmosfere vintage e citazioni della Rettore.  S. Sebastiano è il momento più etereo del disco, in cui Fausto spara frasi a mò di flusso di coscienza su un sound minimalista mentre California si autocita intermezzando con le frasi più ad effetto dei pezzi precedenti all’album. Ma è in Mariachidi dove prende decisamente il comando con una sorta di battle rap che ci fa vedere anche il suo livello tecnico al microfono (“la solitudine con sta fatica, mi salvi sul telefono e mai nella vita”), seguita poi da un altro verso magistrale di Fausto (“di questa scena siamo testimoni, concretizziamo con i testi buoni, vedo che sudi quando scrivi palle, ecco perché se scrivi i testi coli”)  in quello che è decisamente il pezzo con la maggiore influenza Hip-Hop di tutto l’album.

E poi, tanto per spiazzare una volta di più, segue Squali che va in tutt’altra direzione a livello musicale, avvicinandosi al classico cantautorato d’autore, affidato completamente alla voce di California in bilico tra un omaggio al classico e ad un avanguardia post industriale avvolta in un testo malinconicamente apocalittico. Il colpo conclusivo è l’Intro messa alla fine del disco, due minuti di voci modulate e distorte che volano su una potente strumentale che è un pò la summa del melting pot unico che contraddistingue il duo.

A fine ascolto si resta appesi al filo infinito creato dallo stile dei Coma Cose che con inquietante semplicità riescono a fare un disco per niente banale eppure di immediato impatto, fluttuando liberi tra disagio e speranze, tra sfrontatezza e remissione, mentre le influenze rap, pop sperimentali, elettroniche, indie, di Battisti, di Battiato e di tanto altro che probabilmente scopriremo con futuri ascolti, si vanno a fondere in un’imprevedibile originalità, senza stancare mai.

Recensione a cura di Claudio Contini

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