In morte di Aretha Franklin, la voce di una resistenza

Aretha è un nome antico: etimologicamente discende da Aretusa, mitologica ninfa trasformata dalla dea Artemide in fonte per sfuggire alla passione di Alfeo, figlio del dio Oceano.

Aretè, dal greco antico, significa virtù, eccellenza. Nella vita ho conosciuto una sola persona di nome Aretha. Anche lei in riferimento all’unica, sola e ormai scomparsa Aretha Franklin.

Young, gifted and black: una Aretha adolescente, appena messa sotto contratto dalla Motown, prova con il coreografo Charles “Cholly” Atkins.

Trovando inutile e ridondante ripercorrere le tappe di una carriera durata più di 50 anni, la cui documentazione è abbondantemente disponibile e permette di andare indietro nel tempo praticamente fino alla pre-adolescenza di Aretha Franklin, il vostro Tiedbelly di quartiere vi risparmierà i rilevi musicologici, sociologici e storici di uno dei massimi pilastri della vocalità nera americana.
Ricordo ancora quando, anni fa, su Radio 3, trasmisero una registrazione di una Aretha Franklin undicenne che cantava nella chiesa del Reverendo Franklin, suo padre, e di come gli ospiti della trasmissione rinvenissero – un po’ forzatamente – nella pasta vocale di quella undicenne figlia d’un prete i segni di una acerba benché evidente sensualità.
Nossignore, non sarà questa la forzatura alla quale vorrei provare a piegare la realtà. Più esoterica e forse in linea con uno dei tanti settori dell’archivio del Satanasso mi pare invece l’ipotesi numerologica.

Il giorno 16 agosto, se Aretha Franklin non fosse morta, avremmo commemorato la concomitante scomparsa di Robert Johnson (16 agosto 1938) ed Elvis Presley (16 agosto 1977) rinnovando la nostra devozione al rock’n’roll con qualche sostanza alcolica.

Robert Leroy Johnson (Hazlehurst, 8 maggio 1911 – Greenwood, 16 agosto 1938).

La storia insegna che, di concomitanza in concomitanza, è possibile costruire una superstizione. Per questo, nella pars investigativa della mente di Tiedbelly, viene ad affacciarsi un sospetto: che il 16 agosto, ogni tanto, venga ad aprirsi un portale verso l’aldilà.
“Andiamoci piano” mi dico, tanti piccoli indizi si confondono, le corrispondenze matematiche non sono perfette e la cadenza degli illustri caduti il 16 agosto non rivela una palese regolarità.
“Razionalità” provo a dirmi mentre intravedo, dubbioso, un disegno.
Allora facciamo cosi: solo per gioco, venitemi dietro per qualche riga ancora.
Il 16 agosto 1938 viene stilato il certificato di morte di Robert Johnson; al netto del freddo dato amministrativo, quel giorno è anche il giorno in cui, secondo la leggenda, il Demonio viene a riscuotere il debito contratto con lui dal prodigioso musicista, che, vox populi atque dei, inciderà una delle tracce più profonde nella musica del ‘900, pare, proprio in grazia di un patto col Diavolo.

Elvis Aaron Presley (Tupelo, 8 gennaio 1935 – Memphis, 16 agosto 1977)

16 agosto 1977: Elvis Presley viene trovato morto (o agonizzante, le versioni divergono) nel bagno di casa sua, a Graceland; andando in bagno si era portato un libro intitolato A scientific search for the face of Jesus. L’Elvis 42enne che viene sepolto (ammesso che fosse lui…), è un uomo consumato, preda di prostrazione fisica, manie paranoidi e dipendenza dai farmaci: un eroe dei nostri tempi.
Trovo sintomatico che il testo che provi a leggere seduto sul water mentre, di fatto, muore sia un libro sulla ricerca del volto del Cristo.
Mentre in Robert Johnson abbiamo la dolorosa consapevolezza di un do ut des che trasforma il musicista più deriso della sua comunità musicale di riferimento (geograficamente parlando…) in uno dei pilastri della musica del mio secolo, in Elvis la mano del Satanasso, più subdolamente, si posa sulla fragilità di un uomo che, del Diavolo, scusino la tautologia, ha una “paura del diavolo”.
Il lento, inesorabile stritolamento insieme con la consacrazione sacrificale giungono dunque a compimento in quel 16-08-1977, un attimo prima che altri, nuovi eroi, salgano sul piedistallo del rock’n’roll come eredi disfuzionali e problematici sotto l’effige del termine “punk”.
In Robert Johnson abbiamo dunque un diavolo che viene accolto, in Elvis, un diavolo da cui si desidera fuggire.

E in Aretha Franklin? Quale lettura si potrebbe dare? Nulla di più gustoso per il Satanasso che compromettere la figlia di un predicatore, ma la di lei condotta mi lascia dubbioso.

In pausa durante una session di registrazione presso gli studi di Muscle Shoals, gennaio 1967.

Mi sento di affermare che dove Robert Johnson accolse ed Elvis fuggì, Aretha Franklin si sia semplicemente opposta, come alle tentazioni. Non la lusinga del successo o una condotta sessuale non sempre ortodossa (la giovane Aretha partorirà il suo primo figlio all’età di 13 anni), non i premi o il senso di potere che deve aver sentito ad un certo punto, non perché fosse la figlia di un religioso, ma l’impressione è che Aretha Franklin abbia fatto resistenza, Aretha si è opposta.
Ora non sta a me giudicare se abbia fatto bene o male (è mia opinione ad esempio che Robert Johnson abbia fatto bene) ma l’idea che questa giovane donna con le sue ingombranti doti vocali (talmente ingombranti da divorare, letteralmente, il cammino verso la fama di sua sorella maggiore Erma, altra eccellente cantante) abbia opposto resistenza al tocco del male è un pensiero che, a suo modo, consola.
Aretha si è opposta a “Colui che divide” quando, ancora piccola, ha unito i fedeli della chiesa del papà sotto il suo canto; si è opposta quando supera la vocalità del blues fatta di moans and hollers e quella del gospel fatta di shouts per forgiare sotto l’illustre influenza di Ella Fitzgerald una vocalità nera assertiva il cui sentimento non annacqua le verità e non indulge in “cattive abitudini” come l’autocommiserazione. Ditemi un pezzo di Aretha Franklin in cui ella mollemente si piange addosso: non lo troverete. Troverete invece, nel suo palmares, brani come Respect di fratello Redding, che diventa un possibile inno durante il movimento per i diritti civili, oppure le sessions a Muscle Shoals, Alabama, per la Fame Records quando incide I never loved a man… insieme ad un pugno di talentuosi visi pallidi quanto me.

Sotto il regno di Aretha Franklin la gente si è unita, mai divisa, no.

Aretha si è opposta e, anche se alla fine dovesse aver perso, la sua storia è durata abbastanza a lungo da lasciare una complessa testimonianza che non saranno gli articoli dei giornali in questi giorni o qualche monografia il mese prossimo sulle riviste specializzate a descrivere compiutamente e decifrare. Per comprenderne la grandezza appieno avremo bisogno di tempo. In quel tempo scopriremo come la figlia del reverendo Franklin abbia combattuto contro i propri demoni ed il proprio diavolo personale: a capire che è venuta a mancare una delle più solide colonne portanti della nostra educazione emotiva musicale non ci vuole molto ed è parso evidente da subito.

In ultimo Aretha era in ospedale, nella città della Motown, circondata dai suoi cari e compromessa nella salute; era il 16 agosto e il portale si aprì.
Il corpo di Aretha rimase a noi, il suo respiro attraversò il portale e con esso l’ultimo respiro, la silenziosa nota finale della sua indescrivibile voce.
Poi, il portale si richiuse; il Diavolo sbuffò per la fatica fatta e tornò a sedersi, zitto, dietro al portale, in attesa del prossimo passaggio.

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