Peter Hook&The Light – La crepa da cui entra la luce – 7 Apr ’17

Peter Hook & the Light @ Quirinetta 7/4/2017

Più gli amori sono profondi e i ricordi forti, più è giusto scrollarsi di dosso ogni retorica. E’difficile però non avere un’altissima aspettativa andando a sentire Peter Hook che ripropone le due compilation dei Joy Division e dei New Order, rispettivamente del 1987 e del 1988, chiamate entrambe “Substance”, un titolo che non pecca certo di falsa modestia.
Si cerca di non sovrainterpretare e di restare aperti a farsi sorprendere dalla serata, per viverla con immediatezza e autenticità, ma anche il contenitore-teatro aiuta a creare la sacralità di un rito collettivo, per un evento che già di per sé ha tutte le carte per esserlo.

Una folla varia per età e look sembra vibrare all’unisono nell’attesa, che sull’orologio è lunga eppure passa in un batter di ciglia, come può sembrare ieri che abbiamo perso Ian Curtis. Per non sentirci “troppo distratti”, parafrasando De André, cogliamo quindi l’occasione di riascoltare la sua musica da chi ne porta il ricordo addosso, e devo dire anche da metà sala sembra leggerla negli occhi di Peter Hook questa storia, lungo le rughe di un bellissimo volto maturato seguendo passioni, nei movimenti di un corpo che pure appesantito guizza sul palco come trent’anni fa.

I New Order d’altra parte sono proprio il rovescio della medaglia della forza dell’esperienza Joy Division, per i quali valeva il patto che il gruppo non poteva esistere se non con tutti i suoi membri originari, di conseguenza era inevitabile senza Curtis passare a nuovi progetti.
Una doppia storia quindi opposta e complementare forse, quasi yin e yang mi sembra a rivederla col senno di molto dopo.
Peter Hook comunque senza fretta ma neanche troppo tergiversare, con molta semplicità e un carisma irresistibile, ci immerge catturandoci dalla prima nota nella musica dei New Order, dai brani più vecchi e ancora vicini alle atmosfere Joy Division, dei quali a un tratto ci delizia con la comune “Ceremony”, e poi una lunghissima ininterrotta carrellata sempre più immersa solo nella musica New Order dove si avvertono man mano i passaggi e le evoluzioni verso suoni molto meno cupi, molto più sintetici, sempre più pop, a volte delle hit pressoché perfette e intramontabili come Blue Monday e True Faith.

Tutto da lui e dai suoi The Light (Jack Bates, Paul Kehoe, Andy Poole, David Potts) è indubbiamente ben suonato e interpretato ma a lungo andare mi assale un’impressione di “smemoratezza” sia nel non sentire più traccia delle origini ormai nei brani sempre più recenti che si susseguono, sia nel sentirmi come invitata a una pura ludicità del ritmo e dei suoni sintetizzati e su cui corpo e mente si automatizzano e desensibilizzano come in una gigantesca discoteca.
Una catarsi che, dal mio punto di vista, ha un sapore troppo esteriore per chi è stato toccato dalla parte scura della luna e ancora e sempre ne sentirà la mancanza, per chi non si accontenta di restare sano e salvo sul lato in luce dove senza il suo opposto sembra un disco gradevole ma forse piatto. Quello che risulta comunque trascinante, specie dalle prime file, è il costante e autentico divertimento e affiatamento tra Hook e i suoi compagni.

Quasi due ore di concerto e inizio a temere che per Roma, per chissà quale ragione, sia stata fatta questa scelta più pop, che la musica dei New Order prevalga prepotentemente in questo live. Ammetto che non mi ero informata su come si erano svolte le date precedenti, quindi non sapevo come interpretare questo non sentire ancora all’1,30 di notte la musica dei Joy Division.
Dopo una pausa di qualche minuto invece la band rientra e attacca con No love lost avviando un intero secondo concerto, stavolta sulla faccia scura della luna.
Un brano più bello dell’altro, tra gli altri trascinanti Digital e Leaders of men, che avevo messo il giorno stesso in scaletta in radio e me le sono trovate come nodo centrale e pulsante del “Joy Division set”, meravigliose ipnosi come Autosuggestion, l’intramontabile Trasmission, le percussioni quasi tribali di Dead Souls.
Anche la stanchezza fisica di stare ore in piedi su un pavimento in pendenza, la rinuncia al confort in favore della bellezza, diventa la “crepa da cui entra la luce”, rende ancora più esposti a qualunque cosa questi artisti ci possano dire e dare, dal passato ai nostri giorni, tempi compresenti e intrecciati come terze dimensioni sovrapposte.

Si sta in equilibrio come spogliati anche della pelle sul confine tagliente tra il vuoto e la memoria, tra lutto e rigenerazione. La vera catarsi che stilla ben più che solo sudore (che pure non manca), sembra ormai alla portata.
Balliamo, cantiamo, piangiamo, tratteniamo il fiato, gridiamo. Giù giù e allo stesso tempo su su fino al gran finale totalizzante di Love will tear us apart, il chorus ripetuto in loop tutti insieme, finché Peter con la sua voce profonda, bellissima e pacata riprende il tema per chiudere con grazia e forza la “cerimonia”.
Non solo un musicista bravissimo, ma anche uno che sta passando al mondo e alle generazioni tutto quello che sa e che ha vissuto più intensamente, tutti i significati toccati e sfiorati cui ogni mezzo, parola, spartito, immagine può forse appena cercare di alludere.

NEW ORDER SET
In a Lonely Place
Procession
Cries and Whispers
Ceremony
Everything’s Gone Green
Temptation
Blue Monday
Confusion
Thieves Like Us
The Perfect Kiss
Subculture
Shellshock
State of the Nation
Bizarre Love Triangle
True Faith
1963

JOY DIVISION SET
No Love Lost
Novelty
From Safety to Where…?
Komakino
These Days
Warsaw
Leaders of Men
Digital
Autosuggestion
Transmission
She’s Lost Control
Incubation
Dead Souls
Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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