Tutto è bene quel che finisce bene, diceva qualcuno. Ma ne siamo sicuri?
All’alba dello sbarco presso il porto militare di Malta dei 49 migranti a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye, tenuti in ostaggio dall’Europa per oltre 19 giorni, ciò che ci riempie è certamente un enorme sollievo per le sorti e le vite di persone la cui unica colpa è stata credere in un futuro migliore.
Ci riempie anche un indicibile disorientamento e ribrezzo verso una politica svuotata mai come ora del suo senso e della sua funzione.

A decretare la conclusione dell’ennesima odissea in acque mediterranee, è stato un accordo tra Malta e l’Europa, tra l’Europa e l’Italia.

Ancora una volta, vengono scambiate vite umane come carte da gioco, da buttare sul tavolo, col fine ultimo di fare scopa. L’Italia accoglierà una quindicina di queste 49 persone, una decina saranno accolte dalla Chiesa Valdese (senza oneri per lo Stato), le altre ricollocate in diversi paesi europei. E così, a tavolino, si chiude un altro vergognoso capitolo di un’Europa incapace di rispettare le convenzioni sui diritti umani che essa stessa si è data, di un’Italia che si è dimostrata bravissima a scendere le scale degli indici democratici, passando nel 2018 dal 21° al 33° posto nella classifica globale del “Democracy Index”.

E non è un caso che proprio nel 2018 si siano alternati ai vertici del Ministero dell’Interno prima Minniti e in seguito Salvini.

Il primo responsabile degli accordi con il governo libico, il secondo promotore di una politica fortemente securitaria e repressiva.
Contro i migranti in primis, ma anche contro i suoi stessi cittadini, lavoratori dell’accoglienza, volontari, antifascisti per fare solo qualche esempio.
Lo stesso Ministro dell’Interno che, il giorno prima dell’incontro per la risoluzione della condizione dei 49 migranti di cui sopra, stringeva le mani al capo di un governo, quello polacco, con cui condivide una visione fortemente anti-immigratoria e anti-europeista.

Lo stesso ministro che minaccia molti primi cittadini di pagare a titolo personale la scelta di “deviare” dal suo decreto, entrato in vigore il 27 novembre con l’approvazione in Parlamento. Per fortuna (o forse più per giustizia), sembrano non bastare i pugni sul tavolo e le minacce per frenare una larga parte di paese che ancora rivendica quei diritti fondamentali che fanno da cemento alla nostra invidiata Costituzione, che ancora si ostina a rifiutare il razzismo invece invocato e dunque in certa misura incitato nei salotti del Viminale.

A scagliarsi contro la tendenza razzista e securitaria di questo governo, non sono più soltanto attivisti e militanti, sono titolari di cariche istituzionali, per l’esattezza 100 come ci rivela l’utilissima mappa realizzata dalla ricercatrice Cristina del Biaggio.
Una reazione a catena innescata da qualche isolato e singolo no all’applicazione di alcune norme contenute nel decreto Salvini, Palermo e Napoli in primis, seguite a cascata da altre città. Una dimostrazione forte e chiara, istituzionale e riconosciuta,  sostenuta da migliaia di cittadini.
Un monito al Governo soprattutto, che non può e non deve, pur avendo la maggioranza, valicare limiti “universalmente riconosciuti” e deve a questo punto riconoscere la valenza rappresentativa che i Sindaci ricoprono.

La contestazione dei Sindaci si inscrive poi in un quadro più allargato

Se si esamina ad esempio il netto NO sostenuto dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, relativamente la disposizione per cui dal 2019 le Regioni potranno spendere anche per altri scopi i fondi finora vincolati a garantire l’assistenza sanitaria agli stranieri non iscritti al Servizio sanitario nazionale (emendamento previsto  dei relatori alla legge di bilancio).
Nel Lazio, a fronte della cancellazione dell’iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo disposta dal decreto, verranno date indicazioni alle Asl di erogare cure e assistenza sanitaria a tutte le persone, anche a coloro resi invisibili dalla nuova legge.

Accoglienza e salute rappresentano due punti presi di mira dal decreto, due temi fondamentali per la definizione del grado di democrazia di un paese.

Non ci si può dimenticare però di un altro punto, attorno cui ne ruotano molti altri, come la tutela delle persone svantaggiate, la lotta alla povertà, la presa in carico delle vulnerabilità, ovvero il diritto alla casa.

Oggi a Roma, così come in molte parti del nostro paese, si sta giocando un’altra sporca partita sulle vite di migliaia di persone, costrette a costruire il proprio futuro sotto un tetto occupato, spesso usato come cartina tornasole di una speculazione dilagante, e nella capitale quanto mai tangibile.

Forse, oggi più di ieri, vi è maggiore consapevolezza del gioco di chi ci governa, e gli ultimi fatti in una certa misura lo dimostrano.

La domanda che bisogna porsi è se questa tendenza a frenare una certa deriva razzista e securitaria, violenta e xenofoba sia improntata ad un’osservazione davvero onesta e complessiva di una realtà il cui campo di gioco non sono soltanto gli uffici istituzionali, ma sono soprattutto i territori, le strade, le piazze, le periferie.
Contesti e luoghi vissuti e animati da sempre da realtà, spazi sociali, associazioni che rivendicano da anni valori come l’antifascismo e l’antirazzismo.
Quegli stessi valori a cui oggi si aggrappano molti politici e personalità.

Ma dove risiede veramente l’interesse che traina oggi molte voci a levarsi contro Salvini?
Le maggiori campagne antirazziste sono sempre partite dalla base, quella stessa base che si riunisce nei luoghi contro cui la guerra sembra non essere mai finita.
Quegli stessi luoghi che oggi più che mai è importante tutelare, tenere aperti, proteggere.
Perché al loro interno raccolgono e accolgono, attraverso la solidarietà, il mutualismo, l’accoglienza, l’espressione del dissenso e la costruzione di un’informazione libera e di una cultura indipendente, una visione del mondo e della società, dinamica e multiforme, attiva ed equa. Soprattutto, dalla parte dei più deboli.

Ci chiediamo se nelle nostre battaglie future, improntate su quegli stessi valori oggi tanto invocati, potremo contare sul sostegno di quelle amministrazioni locali metropolitane, che hanno troppo spesso reagito col silenzio davanti i molteplici sgomberi di spazi di mutualismo che hanno toccato Roma negli ultimi anni.

Ci chiediamo altresì quando e come avverrà, se avverrà, lo sgombero del nostro spazio sociale, il csoa Sans Papiers e Radiosonar.

A fronte di un futuro che pare avanzare senza nulla chiederci, chiediamo quindi che venga istituito un tavolo di confronto tra chi ha animato in questi anni un edificio abbandonato, di cui largamente abbiamo raccontato, generando accoglienza e argine alla povertà sociale nei quartieri Esquilino/San Giovanni e le amministrazioni competenti.

Sarebbe bello.
Sarebbe la dimostrazione di una certa, ormai rara, coerenza.
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