Carl Brave, Franco 126 e il fenomeno LoveGang

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Sei in testa come un pezzo in radio.
Suoni di una notte di mezza estate – Carl Brave, Franco 126 e il fenomeno LoveGang.

Forse avrei fatto meglio a prendere una Enjoy – dando un bacetto al pandino dei tuoi – per andare
a sentire il concerto. Il che, anche se non mi avrebbe evitato di stare fermo un’ora in coda in
tangenziale (per giunta senza neanche un fior di fragola a salvarmi dal caldo disumano del 12
Luglio) almeno non mi avrebbe fatto consumare la frizione del mio macinino.

L’equazione traffico sull’Appia Pignatelli uguale tanta gente a Rock in Roma sembra confermata fin
dai primi passi nell’Ippodromo. Tantissime persone – che Instagram ci dice già in fila dal
pomeriggio – si muoveva lungo i percorsi destinati ai “cavallari” durante l’anno.

Il concerto è quello che aspettavamo da tanto, Carl Brave X Franco126 a Roma!

Evento attesissimo perché assieme a Polaroid (disco d’oro uscito lo scorso anno) la serata prevede
anche la presentazione di Notti Brave (progetto solista di Carl, di quest’anno, anch’esso disco
d’oro) e soprattutto una sequela di ospiti di un certo spessore.
Le due ore di concerto sono state, infatti, una sfilza di emozioni, con assieme a Carlo e Franco sul
palco buona parte sia della Love Gang (Pretty Solero, Ketama126, Drone126) che dei feat fatti
durante la loro carriera (Noyz Narcos, Coez, Giorgio Poi, Frah Quintale, Federica Abbate, Emis
Killa).
Punto di forza, che ci ha fatto scordare l’assurdità del sistema dei Token per prendere da bere, è
stata anche la presenza della grandissima (sia in senso numerico che tecnico) band e di un visual
esplosivo. Cantare (nel loro modo) Roma con sullo sfondo il suono dei fiati e i disegni del Colosseo
e di Castel Sant’Angelo difficilmente non avrebbe potuto generare un effetto esplosivo.

Un tempo avremmo detto “hanno fatto il foco” e questo sarebbe stato attestato anche dalle
immagini di fiumi di accendini che infuocavano il parter, oggi invece che stanno tutti con i cellulari,
per non dire “hanno fatto luce” – che non si può sentire – li citiamo e diciamo che ci hanno tirato
pellaria alla grande, con tanto di Gig Dag e cori dell’AsRoma finali.

A scrivere le recensioni, tuttavia, non siamo maestri e ci sembra anche un po’ inutile raccontavi la
scaletta (chi l’ha sentita difficilmente se la scorda e chi non c’era si è perso un concertone ).
Quindi, in conclusione, proviamo a domandarci (e marzullianamente tentiamo di risponderci),
come abbiamo fatto “live” prima e dopo il concerto – durante eravamo troppi impegnati a cantare
– dove risiede il successo di quello che possiamo definire “Fenomeno 126” o la scena indie-rap trap
trasteverina.

Perché stiamo parlando di veri fenomeni che nel giro di due anni sono riusciti ad imporsi, con
classe e modi preci, sulla scena musicale, ritagliandosi uno spazio artistico e credibile, che non è
passato inosservato nemmeno su Rolling Stone (per l’articolo clicca qui).

Partiamo col dire che la forza del duo romano, e più in generale di tutta la LoveGang/126 Crew,
non è tanto certificata dai riconoscimenti che i loro album stanno ottenendo in tempi record
(sappiamo come funziona matematicamente l’assegnazione dei dischi metallici) quanto piuttosto
dalla capacità di questi artisti – molto giovani – di parlare ad un pubblico trasversale – cioè di
giovani largamente intesi.

Non c’erano solo pisqui a sentire il concerto, ma anche qualche guascone, e non a caso ad aprire il
tutto c’è stata la presentazione di tre sketch fatti con i The Pills sulla diatriba THC vs CBD e sui
problemi che il “vecchio cannabinoide” produce – in termini di paranoie – su (ai-)noi trentenni.

Lungi dal considerare i pubblici di giovanissimi come un pubblico “non all’altezza” – con quell’aria
snob da amici radical che spesso ci accompagna – il fatto di non rivolgersi solo a questo target
però attesta la qualità di un prodotto, molto di più che gli algoritmi della FIMI.

Come ci riescono è dato principalmente da due fattori 1) richiamarsi esplicitamente al
cantautorato italiano 2) raccontare attraverso le immagini (le cosiddette polaroid) la nostra
quotidianità.
Una quotidianità che nelle loro canzoni, questi artisti dimostrano di comprendere, con una lucidità
impressionante.

Sarebbe bello poter dire che superati i 20 anni non stiamo più come nella canzone la Cuenta
esclusivamente «Al Bar impegnati a fare niente». Purtroppo, in questo mondo non è cosi semplice,
e quindi ci ritroviamo anche noi, come Pretty Solero innamorati di quei vicoli a farne cosi tante.
Passiamo Notti Brave ad inseguire amori disperati, pronti a mettere i nostri cuoricini nelle mani di
qualcuno pronto a perderseli in borsa tra i ramini sparsi e il labello blu.

Questi ragazzi spaccano perché raccontano la nostra vita, in maniera immediata fresca e
soprattutto scanzonata, il che elimina il rischio di autocommiserazione/depressione che nelle
nostre generazioni è sempre in agguato e produce musica “cupa” o persone spesso tristi.

« Sono partito in quinta e ho preso un altro palo SDENG!» Canta Carl Brave in Camel Blu. In quello
Sdeng! c’è tutta la loro forza sovversiva.
Sembrano dirci, La vita è dura, lo sappiamo, però prendiamola a ridere, perché in questo mondo
assai brutto, se ci chiudiamo a casa a piangere, forse non è che migliora la situazione.
Ma questa “leggerezza” non scalfisce la consapevolezza dura e cruda di questi cantanti del nostro
contemporaneo, anzi l’amplifica per contrasto, e rende i loro racconti realistici e credibili, e
conseguentemente ci porta nel nostro intimo a riflettere su cosa ci è toccato in sorte.
Questo concetto può essere riassunto egregiamente dalle strofe di CheRegazzina: « C’ho i buffi con
la banca/ E mia madre è sempre stanca (mamma) /No svolte ma si campa (dai) / E lei mi piace e
non mi so’ mai avvicinato (mai)/ Solo quella volta in cui ero allucinato». Come non riconoscersi?

E quindi una musica che fa pensare non può che essere una cosa positiva e da seguire, perché ti
mette nel cervello qualcosa che resta in testa, come un pezzo in radio, e di sicuro qualcosa farà
germogliare.

P.S. – poi in realtà ci piacciono perché siamo degli inguaribili romanticoni, che ragionano sempre
per due – innamorati non solo dei vicoli e sempre aspettando qualcosa che anche se non
incontriamo mai cerchiamo sempre: « ‘ndo? Al terminal delle partenze / Tra le pieghe del letto /
Tra le rughe sul viso della gente!»

PPSS – Unica stonatura all’ippodromo mi aspettavo almeno un paio di strofe di TaraluccieVino o di
BeeGees, giusto per rimanere a tema ippico, perché si «punta tutto su mon amour vincente»

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