Recensione The Wire – Villa Ada

Foto: Emanuela Vh Bonetti

Recensione a cura di Davide Villa .
Ormai Villa Ada ed i suoi concerti estivi sono una piacevole abitudine per Roma, in una cornice che ti mette in pace col mondo ed, a volte, anche con le zanzare, fedeli compagne di tanti ottimi concerti.
Mercoledì 26 Luglio, accompagnati da un’insospettabile frescura, si sono affacciati dalle parti della Salaria gli Wire, band seminale per la new wave e, col loro primissimo lavoro, per il punk 77 che tanto ci piacciono ed appassionano.
In un’apertura di tutto rispetto al D’Ada Parc , si esibiscono al tramonto gli interessantissimi e freschi Metro Crowd, gioie de Roma nostra, seguiti dall’opening act sul main stage a cura dei The Hand, tra atmosfere post punk ed elettroniche, sia pur in parte rese un po’ confuse da una fonia satura di bassi del terzetto chitarra/chitarra/synth, ci si
avvicina all’orario di inizio concerto degli attesi britannici.

Ingresso low profile, senza particolari scenografie e, dopo un rapido saluto, è subito musica. Una scaletta che coglie a piene mani da produzioni recenti, con meno attenzione ai classici, ma con un suono di basso granitico ed una cassa di batteria molto presente, forse troppo, quasi a sovrastare le altre frequenze, scorre via, senza particolari patemi,
nella seguente oretta e mezza.
Non lo nego, mi sarei aspettato molto più revival e molta più attenzione ai primi tre lavori della band, ma in ogni caso mi riesco a godere il concerto alla grande, aiutato dalla grande fame di musica e dalla curiosità datami dal non aver mai avuto modo d’assistere ad un loro live in precedenza. La cornice fa il resto, nel desolante silenzio dell’estate romana
come l’avevamo conosciuta negli anni addietro, Villa Ada è una delle poche vere gioie rimaste.

Tornando alla musica vera e propria, a mio modo di vedere, la scena viene retta in gran parte dai giri di bassi di Graham Lewis, vera ispirazione per chi volesse muoversi, tutt’oggi, tra sonorità che pescano in egual misura dal furore punk, dalle atmosfere new wave e dalla sperimentazione elettronica da ascolto, mentre le chitarre disegnano melodie scarne
e noiseggianti, senza troppi fronzoli o cazzate. Il cantato ossessivo di Colin Newman e gli arrangiamenti taglienti di Matthew Sims rapiscono l’attenzione e, presto, la mia concentrazione passa dalla canzone in senso stretto alla scelta dei suoni. Forse un suono più definito e meno pompato sulle basse frequenze avrebbe aiutato, così come qualche
ammiccatina in più ai classici di Pink Flag, avrebbero aiutato il pubblico, non abbondantissimo, ma venerante, a scaldarsi maggiormente, ma per un po’ sembra comunque di trovarsi nel pieno dell’ondata british di fine 70s ed inizio 80s.

L’ultima mezz’ora è sicuramente quella meglio riuscita, quasi come se i nostri avessero avuto bisogno di scaldarsi, anche se un gruppo che, negli ultimi 7 anni, ha dato alle stampe ben 5 album, non dovrebbe averne troppo bisogno. Certo, negli anni si sono guadagnati la possibilità di suonare un po’ quel che vogliono e far contento in ogni caso il
loro pubblico, ma non nego d’essermene andato con un minimo d’amaro in bocca, desideroso com’ero di sentire qualche brano punk in più e di ascoltare live alcuni dei pezzi che hanno contribuito a costruire un suono.

Il concerto finisce, me ne vado e, durante il viaggio di ritorno verso casa, m’accorgo che i giri di basso continuano a riecheggiare nella mia testa, segno che, in ogni caso, quando sul palco suona chi è stato pioniere d’un certo modo di intendere la musica, la serata non è mai da considerarsi negativa.

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