RadioSonar, Autistici/Inventati e il diritto di costruire infrastrutture indipendentiCi sono storie che finiscono e storie che, proprio quando sembrano finire, ci obbligano a fare i conti con il tempo nel quale viviamo.

La vicenda di Autistici/Inventati, dopo venticinque anni di attività, appartiene probabilmente alla seconda categoria.

Per una parte importante dei movimenti sociali italiani A/I non è stato semplicemente un fornitore di servizi. Non era soltanto una casella di posta, un server, una mailing list o uno spazio web. Era la dimostrazione pratica che anche l’infrastruttura attraverso la quale comunichiamo può essere pensata politicamente.

Che un server può essere uno spazio comune. Che la tecnologia può essere sottratta, almeno in parte, alla logica del profitto. Che comunicare non significa necessariamente consegnare dati, relazioni e memoria collettiva nelle mani di una piattaforma privata.

Per venticinque anni quella esperienza ha accompagnato associazioni, collettivi, movimenti, progetti culturali, media indipendenti e singole persone. La sua crisi e la decisione di terminare i servizi non raccontano quindi soltanto la difficoltà di un progetto storico della rete indipendente.

Ci costringono a porci una domanda molto più grande: Di chi sono, oggi, i luoghi nei quali comunichiamo?


Quando Internet sembrava un’altra cosa

C’è stato un momento nel quale Internet sembrava poter diventare qualcosa di profondamente diverso.

Una rete distribuita, attraversabile, difficile da controllare. Un luogo nel quale chiunque poteva aprire un sito, costruire una radio, creare un forum, mettere in piedi una mailing list.

Non serviva chiedere il permesso a qualcuno per esistere.

Quell’idea non è completamente scomparsa. Ma sopra quella rete ne è cresciuta progressivamente un’altra.

Molto più semplice da utilizzare, molto più veloce, molto più potente e soprattutto molto più concentrata.

Oggi una parte enorme della nostra vita digitale passa attraverso poche infrastrutture proprietarie:  lì discutiamo, ascoltiamo musica, guardiamo video, organizziamo iniziative, costruiamo campagne politiche, promuoviamo concerti, raccontiamo vertenze ma quasi sempre lo facciamo dentro uno spazio che non ci appartiene, accettando questa trasformazione e contraddizione perché funzionava.

Le piattaforme ci hanno dato una capacità di distribuzione che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. Con un telefono possiamo trasmettere in diretta da una manifestazione, pubblicare un’intervista e raggiungere migliaia di persone in pochi secondi ma quella straordinaria possibilità aveva un prezzo che forse per molto tempo abbiamo preferito non guardarlo.

Il prezzo sono  i nostri dati, la nostra attenzione, relazioni e tempo.

E, lentamente, anche il modo attraverso il quale abbiamo imparato a comunicare


Tutti possono parlare. Pochissimi possiedono il microfono.

La promessa delle piattaforme era semplice: finalmente chiunque può parlare, e bene o male  è vero. Mai nella storia così tante persone hanno avuto la possibilità tecnica di produrre e distribuire contenuti. Ma esiste una contraddizione enorme.

Tutti possono parlare, ma pochissimi possiedono il microfono.

Perché il luogo nel quale parliamo appartiene ad altri. Qualcuno decide l’algoritmo, stabilisce cosa viene mostrato e cosa scompare. Qualcuno può modificare le condizioni di utilizzo.

Qualcuno controlla l’infrastruttura sulla quale abbiamo costruito una parte enorme delle nostre relazioni. La questione posta dalla vicenda di Autistici/Inventati diventa allora molto più ampia della storia di un singolo collettivo.

Riguarda il rapporto tra libertà e infrastruttura. Perché non basta avere libertà di parola se qualcun altro possiede interamente il luogo nel quale possiamo esercitarla.


Dalla comunità all’audience

Nel frattempo è cambiato anche qualcosa dentro di noi in quanto la rete delle piattaforme non ha semplicemente modificato gli strumenti attraverso i quali comunichiamo ma ha modificato il nostro immaginario.

Ci siamo progressivamente abituati a misurare qualsiasi cosa.

Visualizzazioni. Follower. Like. Interazioni. Tempo di permanenza. Condivisioni. Engagement.

La comunicazione è diventata una gigantesca competizione per conquistare attenzione, persino quando non guadagniamo un euro, produciamo continuamente valore per qualcuno.

Scriviamo. Fotografiamo. Registriamo. Commentiamo. Discutiamo. Condividiamo.

E ogni nostro gesto contribuisce ad alimentare un sistema economico costruito sulla raccolta dei dati e sulla capacità di trasformare la nostra attenzione in profitto.

Dentro questo modello è cresciuta anche una nuova promessa: quella secondo cui ognuno di noi potrebbe trasformarsi in un piccolo imprenditore di sé stesso.

Il creator, Il personal brand, Il profilo. Il canale,La monetizzazione. La visibilità come misura del successo, sono solo Una gigantesca fabbrica dell’individualità.

E questa trasformazione riguarda anche chi prova a costruire informazione indipendente, perché lentamente il rischio diventa quello di sostituire una domanda con un’altra.

Non più:

Cosa possiamo costruire insieme?

Ma:

Quanto sono visibile?

Non più una redazione, ma il profilo.

Non più un progetto, ma il creator.

Non più una comunità, ma un’audience.


Una radio nata quando tutto questo non esisteva ancora
RadioSonar nasce in un’altra epoca della rete.

Quando fare una web radio significava ancora mettere insieme computer, mixer, microfoni, server, competenze e soprattutto persone.

Quando trasmettere non era premere il pulsante “live” di una piattaforma, bisognava costruirselo, quello spazio, anche occupandolo.

E forse proprio per questo la radio nasce con un’idea che oggi appare persino più radicale di allora: creare uno spazio libero dalle logiche del mercato e dei partiti, nel quale esperienze differenti potessero incontrarsi, contaminarsi e produrre comunicazione.

Non semplicemente raccontare una comunità, ma provare a costruirla.

Negli anni davanti ai microfoni sono passate centinaia di persone: Trasmissioni politiche, Musica, Movimenti sociali, Sindacati, Associazioni, Artisti, Territori Conflitti.

Persone che magari arrivavano per fare un’intervista e finivano per immaginare una trasmissione. Persone che ascoltavano e poi decidevano di partecipare.

Persone che imparavano a usare un mixer, montare un audio, preparare una scaletta, condurre una diretta.

Questo patrimonio non compare nelle statistiche di una piattaforma.

e  non entra facilmente dentro una dashboard oltreché n on produce necessariamente milioni di visualizzazioni.

Ma produce qualcosa che oggi rischia di diventare molto più raro: Relazioni.


Una piattaforma produce utenti. Una comunità produce relazioni.

È probabilmente questa la differenza fondamentale Una piattaforma ha bisogno che rimaniamo collegati. Una comunità ha bisogno che partecipiamo.

La piattaforma misura il tempo che trascorriamo davanti allo schermo mentre una comunità misura la propria esistenza nella capacità delle persone di costruire qualcosa insieme.

L’utente scorre.
La comunità discute.

L’utente segue.
La comunità partecipa.

L’utente produce engagement.
La comunità può produrre conflitto, confronto, cultura, memoria.

Questo non significa abbandonare le piattaforme perchè sarebbe ingenuo.

Instagram, YouTube, Spotify, TikTok e qualunque altra piattaforma possono essere strumenti straordinariamente utili per distribuire contenuti e raggiungere persone che altrimenti probabilmente non incontreremmo mai.

Il problema nasce quando confondiamo lo strumento di distribuzione con la nostra casa.

RadioSonar può stare su Instagram Ma RadioSonar non è Instagram. Può pubblicare su YouTube. Ma non è YouTube. Può distribuire podcast attraverso Spotify. Ma non è Spotify.

Quelle piattaforme possono essere strade attraverso le quali passa il nostro segnale.

Non possono diventare il luogo dal quale dipende interamente la nostra possibilità di esistere.


L’infrastruttura del dissenso

Nelle riflessioni nate intorno al caso Autistici/Inventati è emersa un’espressione importante: l’infrastruttura del dissenso.

Perché esiste un livello della comunicazione politica del quale parliamo troppo poco, siamo abituati a discutere del contenuto.

Di cosa viene detto.

Di chi lo dice.

Molto meno spesso discutiamo dell’infrastruttura che permette a quel contenuto di esistere. Server. Domini. Hosting. Archivi. Streaming. Sistemi di pagamento. Mailing list. Software tutte questioni che sono apparentemente questioni tecniche. In realtà sono questioni profondamente politiche perché chi controlla l’infrastruttura possiede una forma enorme di potere sulla comunicazione.

La storia di A/I lo rende evidente, ma la domanda riguarda tutti noi.

Che cosa succede a un progetto indipendente quando il suo archivio esiste soltanto dentro una piattaforma?

Che cosa succede quando anni di relazioni dipendono da un account?

Che cosa succede quando un algoritmo cambia?

Che cosa succede quando un servizio diventa economicamente insostenibile?

Che cosa succede quando qualcuno decide che non possiamo più stare lì?


Se domani spengono la piattaforma

Forse questa è la domanda che dovremmo cominciare a farci più spesso.

Se domani qualcuno spegne la piattaforma, cosa rimane di noi?

Rimangono diecimila follower? Centomila visualizzazioni? Un milione di impression? Probabilmente no. Rimangono invece le persone che abbiamo incontrato.

Le competenze che abbiamo condiviso e le relazioni che abbiamo costruito.

Rimane la comunità.

Ed è esattamente da qui che esperienze come RadioSonar possono provare a ripensare il proprio futuro. Non cercando di diventare una versione più piccola delle grandi piattaforme.

Non inseguendo disperatamente ogni nuovo algoritmo, non trasformando ogni persona davanti a un microfono nell’ennesimo aspirante creator.

Ma tornando a fare quello che una radio indipendente può fare meglio.

Mettere insieme persone che da sole probabilmente non si sarebbero incontrate.


Tornare a costruire infrastrutture comuni

Forse la vera sfida della comunicazione indipendente nei prossimi anni sarà proprio questa.

Ricostruire pezzi di autonomia.

Non significa immaginare una fuga romantica dalla tecnologia. Significa esattamente il contrario. Imparare nuovamente a possederne almeno una parte.

Server indipendenti siti propri. archivi accessibili Radio e Podcast Software libero, Reti federate. Spazi fisici, Redazioni aperte , Luoghi nei quali trasmettere conoscenze e competenze.

E contemporaneamente attraversare le piattaforme commerciali senza diventarne completamente dipendenti.

Usarle Senza essere usati soltanto da loro.

Perché l’alternativa alla concentrazione proprietaria della comunicazione non può essere semplicemente costruire l’influencer antagonista più bravo degli altri.

La risposta può essere tornare a costruire qualcosa che Internet sembrava promettere all’inizio della sua storia.

Una rete.

Non soltanto tecnologica.

Una rete di persone.


Il segnale continua

AAutistici/Inventati lascia dietro di sé venticinque anni di esperienza, contraddizioni, conoscenze e infrastrutture costruite fuori dalle grandi piattaforme.

Non è poco. È una memoria dalla quale ripartire.

E forse proprio nel momento in cui un’esperienza storica della rete indipendente arriva alla fine del proprio percorso, dovremmo evitare di celebrarla soltanto con nostalgia.

Dovremmo raccoglierne la domanda.

Chi possiede gli strumenti attraverso i quali comunichiamo?

Per RadioSonar quella domanda riguarda direttamente il proprio futuro.

Dopo tanti anni di trasmissioni, la sfida non può essere semplicemente continuare a produrre programmi.

Deve essere continuare a costruire uno spazio nel quale altre persone possano produrli.

Un luogo attraversabile.

Una radio capace di essere laboratorio.

Un archivio della memoria dei movimenti e delle culture indipendenti.

Un’infrastruttura comune.

Perché forse l’indipendenza, oggi, non significa soltanto poter dire quello che pensiamo, significa avere ancora un posto nostro dal quale poterlo dire.

E sapere che, se domani una piattaforma scompare, cambia algoritmo o decide che non siamo più interessanti per il suo mercato, il nostro segnale può continuare a viaggiare.

Perché dietro quel segnale non c’è semplicemente un account.

Ci sono persone.

Ci sono relazioni.

C’è una comunità.

E allora, dopo venticinque anni di Autistici/Inventati e dopo più di vent’anni di esperienze di comunicazione indipendente, forse vale ancora la pena ripartire da una vecchia idea che continua ostinatamente a sembrare nuova:

Socializzare saperi senza fondare poteri.

E continuare a trasmettere.

Fuori dall’algoritmo, quando serve.
Dentro le piattaforme, quando è utile.
Ma sempre con un luogo nostro nel quale poter tornare.