Un solo gruppo che il rap di Houston cominciò la sua ascesa verso una fama internazionale: The Geto Boys.

Testo a cura di Claudio Contini

Prima di diffondersi in lungo e in largo con diverse forme e stili, la corrente Hip-Hopsudista” negli USA ha avuto un luogo fondamentale di riferimento: Houston, Texas. A fine anni 80 infatti un’etichetta indipendente chiamata Rap A Lot cominciò a farsi largo, inizialmente prendendo in prestito molti degli insegnamenti newyorkesi e pian piano trovando uno stile suo, diventato poi inconfondibile. Ma se i primi nomi rimasero locali e si diffusero soltanto a livello underground (penso a dischi come The Vigilante di Raheem e I Know How To Play’Em degli OG Style, a loro modo piccoli classici) fu grazie ad un solo gruppo che il rap di Houston cominciò la sua ascesa verso una fama internazionale: The Geto Boys.

I ragazzi del ghetto, nome semplice e quanto mai d’impatto

Erano un nucleo di rappers e dj’s che nel corso della carriera è mutato innumerevoli volte ma il line-up più importante, quello considerato “ufficiale, è quello che si formò per il secondo album, con Scarface (ai tempi ancora noto con il suo primo nome da battaglia Akshun), Willie Dee e Bushwick Bill. La prematura morte di quest’ultimo ci dà modo di riparlare di quel disco, originariamente uscito come Grip It!On The Other Level, e poi riedito dalla Def American semplicemente come The Geto Boys, con qualche leggera modifica nella tracklist e piccoli ritocchi a livello di produzione fatti da un Rick Rubin all’apice del periodo “mani in pasta ovunque”.

Per chi non lo conoscesse, togliamo subito ogni dubbio: l’album è un classico dell’Hip-Hop.

Uscito nel 1989 nella sua prima versione e nel 1990 nella seconda, si collocava quindi in piena golden age e pur suonando classico nell’accezione più East Coast del termine, la produzione portava tocchi prettamente Southern con campionamenti di armonica e di parti country/folk che nell’Hip-Hop all’epoca non si erano mai sentite prima. Merito della banda di beatmakers della Rap-A-Lot, sempre citati poco quando si fa l’elenco dei migliori produttori Hip-Hop, nonostante il numero dei lavori che a livello sonoro erano impeccabili, in particolar modo dal 1989 al 1994 (se vi incuriosisce, andatevi a cercare nomi come Convicts, Big Mello, The Terrorists, Odd Squad o Ganksta Nip, solo per citarne alcuni). Ma ciò che colpisce dritto testa e cuore sono le parti vocali.
E’ gangsta rap certo, a tratti anche crudo e crudele come solo certe rime pregne di violenza sanno essere. Ma ci sono due componenti a fare la differenza: quella grezza e genuina che riporta alle dinamiche di strada in maniera immediata e ancor di più quella della follia mentale. Quel modo di recitare versi che sembrano uscire dalla penna di un paziente di psichiatria, fatto in maniera non banale od edulcorata e poi sublimato con Mind Playing Tricks On Me, pezzo contenuto nell’album successivo We Can’t Be Stopped, nasce qui con brani quali Mind Of A Lunatic o Trigga Happy Nigga.

Lo stile dei tre rappers si complementa.

 Bushwick Bill, che come il nome indica era originario del quartiere di Brooklyn chiamato Bushwick, ha un approccio molto newyorkese al microfono. Willie Dee è sicuramente il più grezzo del gruppo, tono di voce inconfondibile, parole ben scandite e classico accento texano. Poi c’è Scarface che qui spicca subito il volo distinguendosi come delivery e flow e che lo porterà ad essere considerato uno dei migliori rappers di sempre, apprezzato anche dai suoi colleghi da est a ovest, con i quali collaborerà in lungo e in largo. Il pezzo che definirà il suo acronimo, pieno di campionamenti di Tony Montana, è tra i migliori del disco grazie anche al sample del riff di Blues and Pants di James Brown. L’apertura del disco con Fuck’Em è un anthem  dell’Hip-Hop aggressivo e noncurante come dovrebbe sempre essere. Un attacco diretto a
chiunque non accetti modi e toni usati con la frase chiave pronunciata da Bill “we kiss no goddamn ass to be accepted”. Oltre a classici pezzi gangsta quali Assassins (ripresa dal primo album Making Trouble, qui completamente riarrangiata) e Life In The Fast Lane, troviamo una manciata di brani molto controversi sul mondo del sesso e del rapporto uomo-donna (Size Ain’t Shit, Gangster Of Love e Let A Ho Be A Ho) e due più serie, una sul mondo malato di stampa e radio, Do It Like A G.O. con una evidente influenza dei Public Enemy, e il pezzo che chiude il disco, un’analisi politica potente chiamata City Under Siege.

Senza dimenticare di citare il DJ Ready Red, unico componente del gruppo originale (anche lui deceduto recentemente, R.I.P.), Bill, Willie Dee e Scarface con questo lavoro riuscirono nella difficile impresa di affiancarsi agli N.W.A. in quanto a voce del gangsta rap, e soprattutto diedero la spinta decisiva alla “third coast”, quel sud degli USA che negli anni a venire arrivò quasi a conquistare il mercato. La loro carriera ebbe il culmine commerciale con We Can’t Be Stopped del 1991 e poi vide vari componenti alternarsi nei vari album fino al 1998 ed una successiva reunion finale nel 2005 con The Foundation, senza mai raggiungere i picchi degli esordi ma senza nemmeno mai veramente deludere. Vari dischi da solisti sono molto validi, su tutti quelli di Scarface, ancora oggi attivo su diversi fronti, anche quello politico.

Nel salutare Bushwick Bill, prima ballerino poi rapper, il primo in assoluto affetto da nanismo con una vita quanto mai movimentata e sempre ai limiti, godiamoci questa perla storica di un Hip-Hop che non può che essere rimpianto.

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