Noi la catastrofe non vogliamo continuare a viverla!

Quanto si sta decidendo, a porte chiuse e senza agende pubbliche, nel vertice conclusivo del G20 è completamente inadeguato rispetto agli scenari catastrofici che vediamo delineati nel presente e nel futuro della vita su questo questo pianeta.

Quest’oggi come movimenti per la giustizia climatica e sociale, abbiamo deciso di intervenire, di prendere parola ed alzare la voce,  perché quanto si sta decidendo, a porte chiuse e senza agende pubbliche, nel vertice conclusivo del G20 è completamente inadeguato rispetto agli scenari catastrofici che vediamo delineati nel presente e nel futuro della vita su questo questo pianeta. 

Noi la catastrofe non vogliamo continuare a viverla! 

Il climate camp è cominciato e parla del rischio già annunciato di nuove pandemie, di città inaridite e città alluvionate, di gente senza casa o costretta a vivere in gigantesche discariche, dell’inaccessibilità agli ambienti salubri, delle malattie respiratorie provocate dalle emissioni, dei problemi di accesso alle risorse alimentari e idriche, dell’inquinamento delle  acque, della distruzione delle foreste, della sottrazione di territori agli animali selvatici, delle conseguenze degli allevamenti e di una produzione basata sul profitto e sul consumismo e non sullo studio delle sue conseguenze e del suo impatto 

Quanto sta accadendo in questi giorni in Sicilia è solo la conferma della drammaticità della emergenza climatica in corso.

Prende parola in concomitanza col vertice conclusivo dei lavori del G20 perché è in quella sede che che potrebbero  essere ratificate misure serie, ben definite, vincolanti, che tengano concretamente in conto del costo sociale della devastazione ambientale basato su una vera transizione ecologica. 

Non si parte da posizioni ingenue: anche la più blanda delle ristrutturazioni del sistema logistico e produttivo ha un costo, anche in termini occupazionali e per questo parliamo di necessarie e urgenti riconversioni. 

Non  può esserci una politica che costringe una parte del mondo e/o della società a pagare i costi della parte più ricca. 

Il G20 di Roma è strettamente connesso alla Cop26 di Glasgow vista la vicinanza temporale e la presenza di capi di stato che poi si recheranno in Scozia.

Una Cop importante che deve prendere decisioni fondamentali ma che sappiamo rischia ancora una volta di essere dominata dagli interessi di multinazionali che propongono false soluzioni, dal CCS al mercato dei crediti al carbonio.

Una Cop che a causa dell’apartheid vaccinale che si vive sarà tra le più bianche al mondo. I paesi più poveri e più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico sono anche quelli privi di vaccini e che pertanto non possono recarsi a Glasgow.

Lo striscione al campo dice ai governi : “le vostre soluzioni sono il problema!2

La difesa degli interessi del capitale e della finanza è nelle scelte politiche del G20 come l’assenza assoluta di ascolto e partecipazione delle comunità interessate siano queste le comunità indigene, le popolazioni di territori fuori dalle 20 nazioni o le stesse comunità dei territori massacrati in decine e decine di anni anche in questa parte del mondo. 

People, Planet and Prosperity. Le tre  P del G20 vengono contestate. 

P di Prosperità. 

Di fatto  l’opportunità, la necessità e l’efficacia delle misure proposte sono valutate in termini di PIL (prodotto interno lordo) e sottostanno ad una logica secondo la quale la presenza di una certa qualsiasi azienda su territorio nazionale è da reputarsi aprioristicamente come positiva indipendentemente dall’impatto delle sue attività dell’azienda e delle conseguenze in termini ambientali e sociali, così come dall’eventuale ritorno in termini di tassazione per lo stato ospitante.

P di People usata per un G20 che non ascolta le persone, le comunità i territori

P di Planet: è impossibile immaginare uno “sviluppo economico sostenibile” senza mettere in discussione i pilastri caratterizzanti tale sviluppo, la relazione con gli altri viventi, la necessità di smetterla di considerare la specie umana superiore e in base a questo assunto concederle il privilegio del dominio su tutti gli altri individui viventi. Il pianeta non è il nostro pìaneta ma il territorio che abitiamo insieme ad altri e in cui dobbiamo sapere costruire un equilibrio ecosistemico che non può prescindere dalla messa in discussione del concetto stesso di considerare i corpi viventi di questo pianeta e tra questi riconosciamo anche l’aria, l’acqua, la terra, le altre vite come “risorsa” a disposizione di questa specie,

Il tema della transizione ecologica non può essere il nome che si da ad una ristrutturazione profittabile da pochi del sistema produttivo senza metterne in discussione i paradigmi.

Reivestire nella rigenerazione e nella riconversione è fondamentale in questo momento di messa in discussione di questo sistema di sviluppo

A noi di P ne bastano 2. P di People per una transizione partecipata. P di pianeta che per noi significa giustizia ecosistemica

La catastrofe sta arrivando, è ora di agire!

ROMA CLIMATE CAMP

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