Perché scrivere oggi di London Calling?

La versione di Straccaletto (Search & Destroy Radio)

Troppo spesso, nella storia della critica musicale, l’aggettivo “epico” è stato associato a un disco: il più delle volte per designare produzioni che, alle orecchie di un ascoltatore contemporaneo, suonano inevitabilmente pacchiane e fruste, piene espressioni di quella pomposità chitarristica che ha ammantato gran parte degli anni 70, venendo finalmente annichilita dalla scabrosa demenza puerile del punk. Si tratta quasi sempre di dischi lunghi (come quei pezzi che passiamo in radio quando vogliamo 5 minuti per una rollata), dalla gestazione infinita, funestati da problemi di produzione e da promesse di divorzio: gerontosauri musicali, montagne che gravide di topolini, e non è un caso che in questo articolo, di decine di feticci mitologici che mi vengono in mente, non farò menzione, lasciando al lettore il gusto di spulciare la propria personalissima biblioteca musicale alla ricerca di quelli che corrispondono all’identikit. Perché ce n’è uno, di album smaccatamente epico, che possiede più o meno tutte le caratteristiche fin qui snocciolate e che oggi compie 40 anni: London Calling dei Clash, il disco più importante dell’unica band che abbia mai avuto importanza. Tom Carson su Rolling Stone del 3 aprile 1980 scriveva:

Merry and tough, passionate and large-spirited, London Calling celebrates the romance of rock & roll rebellion in grand, epic terms. It doesn’t merely reaffirm the Clash’s own commitment to rock-as-revolution. Instead, the record ranges across the whole of rock & roll’s past for its sound, and digs deeply into rock legend, history, politics and myth for its images and themes.

London Calling Track By Track
Strummer, Simonon e Jones durante il White Riot Tour.

Il termine “epico” – accanto a “leggenda”, “celebrare”, “mito” – viene usato qui con puntualità e appropriatezza disarmanti. Tom Carson scrive a ridosso dell’uscita del disco, per cui pare lecito attendersi l’emergere di una qualche forma di spirito critico, pure declinato in senso positivo. Vale la pena sottolineare questo aspetto perché London Calling, oggi, è un disco su cui, generalmente, non si ha neanche più un’opinione, tale e tanta è stata l’influenza che ha avuto su tutto il rock degli anni 80 e 90 (non certo solo il punk). Il rischio, dunque, che anche i solchi di questo ennesimo album epico finiscano catalogati tra le pietre miliari, una volta che la loro portata innovativa si è definitivamente cristallizzata in dogma, c’è tutto. Ma a noi di Radiosonar.net (nello specifico, a noi di Search & Destroy Radio e della Discoteca del Diavolo, che di certo non ci tiriamo indietro di fronte alle giuste celebrazioni) non piacciono i compiti facili e tanto meno le icone ortodosse. E allora ce lo andremo a piluccare, traccia per traccia, ripercorrendo insieme l’epica di un disco che ha scavato con successo nel passato e al contempo scritto, a dispetto dei mantra documentaristici, il futuro del rock.

Perché scrivere oggi di London Calling?

La versione di Tiedbelly (La Discoteca del Diavolo)

A Radiosonar, in questi giorni, non direi che c’è esattamente fermento, ma il quarantennale di London Calling ha smosso più di qualcuno tra noi per quella rilevanza che, per una ragione o per l’altra, quell’opera ha avuto sulle nostre vite musicali e non solo.
Così in questa sessione di scrittura collettiva, in cui convergono l’amore e l’antipatia degli uni e degli altri verso London Calling, sono entrato in scivolata anche io. Non soltanto perché il disco dei Clash è forse uno dei pochi parti artistici che quelli come me possono azzardarsi a rivendicare come qualcosa del proprio retaggio generazionale (ma nemmeno troppo, se consultiamo l’anagrafe) ma anche e soprattutto perché di lì a poco, altre più recenti generazioni, inizieranno a trovarsi sguarnite di grandi opere (non come il ponte sullo stretto, of course n.d.r.) cui riferirsi per dare di se stessi una definizione ma anche per sentirsi parte di una comunità più grande, di quella basata sulle proprie conoscenze. Ciò che rende quell’album così epocale è la sostanza di cui è fatto e la posizione temporale dentro la quale si situa: dopo London Calling mi viene in mente solo Nevermind dei Nirvana come opera la cui importanza attraversa le generazioni ma conclusasi anche l’onda lunga del summenzionato disco, il mondo si è seduto in attesa di un nuovo contenitore di redenzione e ancora sta attendendo…
Tuttavia non è mia intenzione parlare di quello che non riesce a succedere più: parliamo di ciò che fece succedere London Calling piuttosto, e vediamo di tirare fuori qualcosa.

Strummer, Jones, Mickey Dread e Bernie Rhodes.

È dicembre 1979, questo si sa, e i Clash, freschi del divorzio dal leader maximo Bernie Rhodes, partoriscono London Calling in una situazione tanto inedita quanto ottimale per i loro temperamenti. Cosa fa London Calling al mondo esattamente? Io ritengo che tramite i Clash avvenga per l’ultima volta quello scambio dialettico che Inghilterra e U.S.A. iniziano ad intrattenere al tempo della British Invasion. Capita spesso di sentir dire che sono stati gli inglesi ad insegnare agli americani ad apprezzare la loro propria musica tradizionale. Ad avvalorare tale tesi interviene in aiuto il contributo cruciale che fu, nei sixties, di artisti come Yardbirds, Rolling Stones, Animals, Kinks, John Mayall e, ovvio, anche i Beatles. La passione smisurata di questi inglesi per il suono americano, in particolare il rythm&blues, diventa il libretto delle istruzioni per la gioventù americana del dopoguerra in ordine al gusto musicale. L’incubatrice di questi nuovi suoni è in Inghilterra e attraverso la lettura che i britannici danno del suono americano: la gioventù statunitense si risveglia innamorata di botto del folk e del blues. London Calling è probabilmente la penultima tessera di questo mosaico iniziato quasi un ventennio prima: a suggello finale provvederà Sandinista! che sdogana i modernismi urbani del rap e delle contaminazioni funk dicendo agli USA: “Buongiorno America, ti presento il tuo prossimo suono”. La summa che London Calling costituisce, trovo che vada in questa direzione ed è, lo ripeto, la penultima volta: con Sandinista! questa dialettica in cui la “Madrepatria” di un tempo detta la direzione alla colonia si conclude. Evidentemente negli 80 l’America inizia a camminare con le proprie gambe, tanto è vero che quando gli U2 tenteranno di riprodurre il respiro che fu di London Calling uscendosene con Rattle & Hum, le cose non andranno allo stesso modo. Da una parte un disco che nell’omaggiare la cultura americana ne diviene una forza riformatrice, dall’altro un disco di successo.

Una prima stampa UK di London Calling.

Veniamo un po’ più allo specifico adesso. London Calling rimescola, socialmente, le carte del pubblico clashista. In fondo, se ci pensate, è già l’epoca dell’io sono più comunista di te, io sono più punk di te e via così; ci troviamo in un tempo in cui schierarsi è quasi un gesto necessario e così quando la più famosa punk band, insieme coi Pistols, manda in stampa London Calling si determina un discreto sbandamento nel loro pubblico. Per alcuni di noi questo è il disco del tradimento. Per altri è il disco definitivo. Nel mondo, con London Calling, i Clash perdono una parte di fans per guadagnarne un’altra, forse numericamente più cospicua. Non sto affermando che il valore di un’opera musicale si giudica dalle vendite – se date un’occhiata alle scalette de La Discoteca del Diavolo potrete accertare la mia alterità da questo cinico e semplicistico assunto critico – ma London Calling vendette veramente tanto e diede in pasto il quartetto londinese al pianeta intero modificando anche la percezione che fino ad allora i Clash avevano di se stessi. Ancora, come fu al tempo della British invasion, l’album contribuì a storicizzare i suoni che lo avevano preceduto (si veda il wall of sound di Phil Spector in “The Card Cheat” oppure il rockabilly di “Brand New Cadillac”) e, romanticamente, consegnò definitivamente nelle mani del proletariato bianco anche l’ultimo scampolo incontaminato di black music: il reggae con i suoi satelliti. “Li puoi suonare, anche se sei un viso pallido, anche se non sei americano, anche se non sei giamaicano” sembra dirti, come meno di vent’anni prima, che ne so, Beggar’s Banquet ti diceva: “tiè, questi sono il blues, il country, e ora, sòna!”. Io personalmente, ho un debito di gratitudine verso London Calling e rinuncio volentieri ad aggiungere argomenti a rinforzo di un giudizio che, retrospettivamente, dovrebbe confermare quanto di buono si disse a suo riguardo. Se non lo amate significa che avete qualcosa di personale nei suoi confronti: questo conferma l’impossibilità di evitare una relazione con quest’opera. Il marchio inequivocabile che portano tutti i dischi che hanno fatto la storia.

London Calling Track by Track

Un gallo post-atomico canta la sveglia a una Londra disgregata, in cui la liquefazione del tessuto sociale si sostanzia in un incendio dal quale solo le acque lorde del Tamigi possono, con ironia tutta britannica, salvarci. La distanza che separa “London Calling” dalla pupale “London’s Burning” è la stessa che c’è tra i Clash del debutto e quelli del 1979, e se prima la minaccia era il boredom che aveva attanagliato l’Inghilterra post-bellica (se ne parlava anche dalle parti dei Buzzcocks, assai meno impegnati nel progettare la rivoluzione), ora è lo spettro del decennio di plastica, della sublimazione dei terrori apocalittici della guerra fredda in uno spettrale deliquio consumistico e poliziesco a tingere di nero e rosso la futura era glaciale.

Straccaletto

Se pure la traccia di apertura guarda al futuro, almeno dal punto di vista socio-culturale, non dobbiamo dimenticare che London Calling è un disco bicefalo in tutti i sensi, e per tanta parte è un disco schiettamente roots. Quali siano le radici dei Clash, vere o soltanto celebrate, è messo infatti ripetutamente in chiaro: il primo episodio è questa cover, certo attualizzata ma assolutamente rispettosa, di “Brand New Cadillac” di Vince Taylor. Vale qui la pena sottolineare che Taylor (cui Strummer già aveva reso tributo negli 101ers) negli anni 60 era un feticcio dei rocker; gli stessi che, semplificando per comodità d’esposizione, se le suonavano di santa ragione con i mod, appassionati di black music, al molo di Brighton. Non è mai semplice tracciare linee di confine tra sottoculture, nemmeno quando volano schiaffi e fendenti, ma London Calling sembra in questo trascendere, in un afflato ecumenico che solo l’epica può permettersi, l’inveterata ostilità tra le due declinazioni del ribellismo giovanile inglese, pescando a piene mai tanto dalla cultura musicale dell’una, quanto dell’altra.

Straccaletto

Delle radici, di nuovo, ma con un understanding affatto sarcastico e innumerevoli riferimenti a quel mostro tentacolare che, già allora, si chiamava “scena”. Su una base che strizza vagamente l’occhio ad atmosfere swingy e jazzy (da cui il titolo) à la Django Reinhardt si dipana la stralunata la storia di “Jimmy Jazz” (aka Jimmy Dread, per alcuni aka Topper Headon), inevitabilmente ricercato dalla (punk)polizia. Metafora della perdita di innocenza e di radici del movimento, peraltro già ampiamente denunciata nella Canzone-Dei-Clash per antonomasia, “White Man (in Hammersmith Palais)”, questo brano è forse il più comico, nel senso inglese del termine, del disco, puntellato com’è di slang rastafari, mero devertissement e sguaiatissimo scat.

Straccaletto

Già in Give ‘em Enough Rope le atmosfere western avevano fatto capolino, soprattutto sul piano estetico, fondendosi a una rivisitazione quasi lisergica (senz’altro allucinata) della mitologia bellica britannica e a una feroce critica all’atlantismo. “Hateful” porta alle estreme conseguenze il discorso iniziato nel 1978 e, nell’ottica di un engagement qui-ed-ora che non perda di vista la missione quasi didascalica cui Strummer si sente chiamato, prende di mira una delle vexatae queastiones del movimento punk: il rapporto con le droghe e con la loro commercializzazione, visto nell’ottica di una critica feroce e senza compromessi alla società dei consumi. E il fatto che questo rifiuto sia scandito su una base che rimanda neanche troppo vagamente alla mitologia stelle-e-strisce per eccellenza non può essere casuale.

Straccaletto

Come detto, l’affinità dei Clash con i ritmi giamaicani, siano essi della tradizione, per così dire, autoctona oppure importati in Inghilterra dai grandi movimenti sottoculturali della fine degli anni 60, si era già palesata tanto nelle liriche quanto nelle scelte musicali del loro album d’esordio. Eppure questo calypso è un vero e proprio manifesto: su una forma canzone in qualche modo archetipale di ciò che poi sarà ska-rocksteady-reggae, Strummer tesse l’elogio del rude boy: in una prospettiva retoricamente totalizzante, l’unico modello possibile per all the young punks che vogliano restare veri a sé stessi. Su questo punto Strummer è sempre stato piuttosto confuso e oscillante, rifacendosi di volta in volta al modello sottoculturale più vicino alla propria sensibilità del momento; e non sarebbe potuto essere altrimenti per un uomo dal multiforme ingegno come lui era. Ma a questa altezza cronologica, la vulcanica riscoperta di quanto già sapevamo sul filo rosso che lega i Clash alla musica giamaicana non può che scaturire in una celebrazione, di nuovo, dell’epopea rude, cui già tanta mitologia avevano dedicato i padri fondatori dell’offbeat. Pro-trivia: il verso “the Doctor who was born for a purpose” è un omaggio a Dr. Alimantado, DJ e produttore giamaicano la cui hit “Born For a Purpose” riscosse un grande successo anche tra i primissimi esponenti del movimento punk, tra cui John Lydon.

Straccaletto

Della assolutamente non scontata cifra pop di London Calling molto è stato detto dalla critica, sottolineando come questa particolare deriva stilistica, per giunta ampiamente smentita dal successivo (e diversamente epico) Sandinista!, sia quella che ha effettivamente gettato i semi più fecondi nella cultura musicale dei decenni che seguiranno, dalla new wave al new romantic fino al brit pop. Ma siccome, per l’appunto, in questo disco nulla è scontato, il primo pezzo schiettamente easy listening è anche un brano a cavallo tra passato e presente, e sempre in prospettiva engagée. Le bombe spagnole sono quelle Repubblicane del 1936-39 (e qui a Strummer sarà tornata in mente l’epopea dei 15a Brigata Internazionale cantata dal di lui nume tutelare Woody Guthrie) e, parallelamente, quelle dell’indipendentismo basco negli hotel della Costa del Sol. La fascinazione di Strummer per la storia e la cultura spagnole culminerà qualche anno più tardi in una fuitina andalusa che, mutatis mutandis, sancirà definitivamente lo scioglimento dei Clash.

Straccaletto

La costruzione dell’immaginario è un aspetto fondamentale per Strummer, la cui cultura ha sempre vissuto di lampi eroici (o antieroici) ed episodi romanzeschi da assalto al treno blindato. E, nonostante la storiografia suggerisca che questa “The Right Profile” sia a tutti gli effetti un brano scritto su commissione, mi piace pensarla come perfettamente inserita all’interno di un filone creativo dedicato al pantheon di perdenti-con-potenzialità tanto caro al Menestrello. Il protagonista è Montgomery Clift, uno dei primissimi belli e dannati del cinema hollywoodiano, la cui parabola biografica, che lo portò anche in Italia alla corte di Vittorio De Sica, fu puntellata di successi ed episodi drammatici. Si parlava più su dell’antiatlantismo un po’ rosicone di Give ‘em Enough Rope, ma è da brani (tutto sommato minori nell’economia di London Calling) come questa “The Right Profile” che possiamo intendere come, nel 1979, la sensibilità di Strummer nei confronti del soft-power statunitense stesse mutando, alla ricerca di una purezza eroica e, come detto, episodica da contrapporre al devastante edonismo consumistico degli incipienti anni 80.

Straccaletto

La prima volta che l’ho sentita ho pensato che era una canzone di merda. Secondo me questo pezzo è uno dei killer più sanguinari di fan della prima ora. È il brano dei Clash che piace alla tua ragazza o che tua madre, quando lo sente, non ti dà del drogato. Sta a “Garageland” come il compromesso storico sta alla lotta partigiana. Poi però per fortuna ti invecchi, smetti di pensare per categorie identitarie e ascolti, semplicemente, il pezzo. Se il punk voleva essere rivoluzione doveva essere o no, capace di negare se stesso, di deridersi, di tradirsi restando, tutto sommato, punk? “Lost in the Supermarket”: obbiettivo raggiunto. Ed è un gran pezzo, tanto per essere chiari.

Tiedbelly

Ovvero “Tecniche di conservazione del veleno”, dove per veleno si intende il sano risentimento anti-sistema che anima le vite delle persone, almeno in giovane età. L’attacco è di quelli che fanno Clash sound. Stacchetti a pioggia sotto il cantato come prescrive il vangelo secondo Pete Townsend e poi il breve bridge che sembra rubato alla disco-music e che dura il tempo di lasciarti a chiedere: “ma è proprio così ‘sta variazione?”. Il passo, che è sempre larvatamente militaresco ed è una delle loro cifre stilistiche meno riconosciute: una specie di imprinting culturale da guerra fredda che a sentirlo oggi si può afferrare le suggestioni di un’epoca. Mi ha sempre colpito come, alcune canzoni dei Clash, avessero questi incidere di batteria che mi evocavano all’istante immagini soldatesche. “Clampdown” cioè imborghesimento e le istruzioni per combatterlo, col rock’n’roll.

Tiedbelly

Il cuore di Paul Simonon concepisce questa perla, forse il brano che preferisco. Sembra di essere dentro un western ma la chitarra è in levare e il basso fa un disegno talmente perfetto che potrebbe essere la citazione di una partitura di Wagner oppure King Tubby, non lo so. Una cosa che ho sempre adorato delle scarse doti tecniche dei Clash (Topper Headon a parte…), è la capacità di spremere soluzioni non scontate e riuscire a dare un suono alle cose. Poi succede che a questo suono va a sovrapporsi uno dei testi più indovinati del loro catalogo; un’esortazione ad insorgere che passa dal senso di colpa, dal tradimento di una comunità, di un’identità, se solo si esce con le mani sopra la testa: un invito in forma di domanda. Un film western, girato a Kingstown. Brixton (miracolo dell’assonanza) è il set. How you gonna come? La domanda. Minutaggio: 3.09. La Sintesi.

Tiedbelly

In un disco complesso come London Calling, anche un mash up a cavallo tra rythm’n’blues, calypso e ska è molto più che un gioco. I Clash familiarizzarono con la versione originale dei Rulers già nel 1976, essendo quest’ultima inclusa nella selezione del juke-box della loro sala prove. All’altezza cronologica di London Calling, però, Joe Strummer, il cui immaginario procede per episodi novelleschi, doveva già aver avuto occasione di approfondire il fatto di cronaca a cui la canzone si ispirava: l’omicidio di Billy Lyons da parte di Stag Lee Shelton, occorso la notte di natale del 1895 dopo una partita a carte finita male. E dovrà anche essergli tornato alla mente che la storia di Stagg-o-Lee, o Stagger Lee, o Staggolee era stata già cantata da molti grossi nomi del rythm’n’blues e del soul, tra cui Lloyd Price. La spiazzante intro swingata che apre la versione di “Wrong ‘em Boyo” proposta dai Clash non è altro che una strizzata d’occhio a questa copiosa tradizione, in un’ideale incontro tra due declinazioni della black music che, per i Clash di London Calling, costituivano senza dubbio una parte cospicua della biblioteca musicale su cui costruire l’immaginario del disco.

Straccaletto

I Clash antemici sono anche quelli più volgarmente considerati incarnazione di un non meglio precisato “spirito punk”: da “White Riot” a “All The Young Punks”, per giungere alla tombale “We Are The Clash”, in effetti la produzione di Strummer & Soci è un florilegio di inni generazionali, la cui fortuna ha coinciso in larga parte con la costruzione di un immaginario di purezza legato alla band – e vale qui la pena rimandare al pezzo che Lester Bangs dedicò al loro tour americano del 1977. Anche in questo caso, però, la cifra antemica di London Calling ha qualcosa di estremamente maturo e spiazzante; e così “Death or Glory” è sì un inno, ma lacerato da amarezze e ineluttabilità. Un brano figlio della definitiva consapevolezza di ciò che si è diventati e della paura dell’entropia che inevitabilmente divorerà tutto, ché “he who fucks nuns will later join the church”. Siamo lontani anni luce dalla sia dai vigori tardoadolescenziali degli esordi che dalla spenta autocelebrazione di Cut The Crap: ma come sempre accade il parossismo creativo porta con sé il seme del giusto dubbio, mentre dell’alba e del crepuscolo sono le speranze e le certezze evanescenti.

Straccaletto

A mio giudizio uno dei brani più deboli del repertorio di London Calling, “Koka Kola” rappresenta concettualmente l’altra faccia di “The Right Profile” e la continuazione transoceanica di “Hateful”, quanto meno per ciò che concerne la considerazione che Strummer mostra di avere per la cultura statunitense e per il consumo di droghe. Ma in un disco tutto giocato sulla dialettica UK-USA un brano del genere era quasi atteso, senza considerare che musicalmente anticipa alcune scelte che saranno poi spina dorsale di Sandinista!.

Straccaletto

Una canzone da orchestra, o perlomeno, da big band. Il summenzionato wall of sound, il retaggio spectoriano, trasfigura in una storia di strada e solitudine, di carte truccate dalla vita. Uno sguardo innocente in fondo, compassionevole; il tentativo di dire qualcosa, dove per “qualcosa” non sia da intendersi qualunque cosa ma più “qualcosa di importante” o di “positivo”. L’idea di criticare il mondo? L’idea di provare a cambiare il mondo? È roba che fa sorridere anche gli adolescenti, oggi, ma London Calling ha 40 anni e, secondo me, il vostro pragmatismo puzza di rosicamento lontano un chilometro. Per dire, mia cugina, che oggi avrebbe 55 anni, confermerebbe che lei, negli anni 80, pensava ancora si potesse cambiare il mondo: London Calling esce il 14 dicembre 1979, dunque…
Che poi, quando la risento, mi viene da pensare a un gruppo di poco più che ragazzini non perfettamente scolarizzati, alle prese con la propria libertà (vaffanculo Bernie!), che prendono le misure su canzoni che prima non avrebbero nemmeno potuto pensare (per inciso: io non credo che Rhodes fosse così stronzo e dittatoriale come lo hanno dipinto ma è possibile che loro lo percepissero così… n.d.r.).

Tiedbelly

Per i meno avvezzi alle mille declinazioni della musica giamaicana pullulate qua e là durante il grande boom inglese degli anni 70, il lover’s rock è a tutti gli effetti un sottogenere del reggae caratterizzato da testi sessualmente espliciti e reso celebre da artisti come Maxi Priest e Aswad. Coerentemente con il tono generale di London Calling, a cavallo tra feroce critica sociale, understatement e gusto parodistico, anche questa “Lover’s Rock” ribalta lo stereotipo della canzone-di-scopare, innestandovi una vena polemica, peraltro molto cara a Strummer, sull’uso che i bianchi fanno di certa black music (“You Western man, you’re free with your seed”), sugli incidenti che possono scaturire dal connubio di sesso e musica e sulle dinamiche sessiste del mondo del rock’n’roll, peraltro in parziale risposta ad alcune accuse che gli stessi Clash avevano dovuto subire. Il risultato è comunque una canzone adatta al concepimento di nuovi piccoli bastardelli punk, quindi obiettivo centrato a metà.

Straccaletto

Un piccolo inserto autoironico e autoreferenziale che sembra suggerire che, in fondo, anche i presagi apocalittici che più volte fanno capolino in London Calling (la title track, “Death or Glory”, “Clampdown”) possono anche essere decodificati sotto una luce diversa, e cioè come metafora del mondo del rock’n’roll – o per meglio dire della scena di cui sopra. La metariflessione sulle dinamiche dello show-business è un elemento che accomuna molti concept monumentali della storia del rock (il primo che mi viene in mente è Lola vs. the Powermen and the Moneygoround dei Kinks), e London Calling si inserisce, un po’ trasversalmente, in questa tradizione. I Quattro Cavalieri, allegoria biblica di Carestia, Guerra, Morte e Anticristo, non sarebbero altro che i Clash stessi. Ad attenuare la parossistica drammaticità dell’immagine ci pensa la scrittura di Strummer, che coglie i Quattro in momenti di ordinaria e quotidiana impasse fornendone un ritratto quasi tragicomico.

Straccaletto

Una delle questioni che dividono i fan dei Clash (o che almeno dividono noialtri, che comunque della schiatta facciamo orgogliosamente parte) è il giudizio sul cantato di Mick Jones. Per alcuni troppo leggero ed easy listening, per altri perfettamente complementare alla sboccata raucedine di Strummer, non v’è però dubbio che la voce di Jones conferisca ad alcuni brani una compostezza tutta british che in qualche modo sposta l’asse emotivo sulle liriche, libere dall’ingombrante interpretazione del frontman. Non è quindi un caso che alcuni dei pezzi emotivamente più impegnativi dei Clash (“Stay Free”, questa “I’m Not Down”, “Train in Vain”, “Hate & War”, “Lost In The Supermarket”) siano interpretati da Jones, il quale non solo era in grado di intessere strutture armoniche di tutto rispetto sovrapponendosi alla voce di Strummer, ma che pure sapeva essere interprete arrivando là dove Joe, impedito dalla sua stessa estroversione, non riusciva a tendere.

Straccaletto

Ultima delle tre cover contenute in London Calling, “Revolution Rock” venne incisa originariamente dalla band giamaicana Danny Ray and the Revolutioneers nel 1976 su un sample tratto da “Get Up” di Jackie Edwards, che infatti è citato tra gli autori. Anche in questo caso, comunque, la versione proposta dai Clash, per quanto riprenda piuttosto fedelmente riddim e struttura dell’originale, è tutt’altro che pedissequa dal punto di vista delle liriche, giacché Strummer, il quale come abbiamo visto trovava estremamente soddisfacente il lavoro di patchwork di rock’n’roll, soul, offbeat, modificò il testo inserendovi riferimenti a “Mack The Knife” di Bobby Darin e alla consuetudine tutta punk di divellere i sedili degli auditorium durante i concerti (“everybody smash up your seats and rock to this brand new beat“).

Straccaletto

La prima ghost-track della storia. Un’asincronia tra studio di registrazione ed editore fa sì che le copertine siano pronte prima della tracklist definitiva. In pratica “Train in Vain” esce dallo studio a copertina già stampata e diventa la sorpresa nel disco. London Calling è dunque anche un uovo di pasqua. Dal consueto bussolotto giallo esce un riffetto friccicarello che fa tanto soul music mentre stavolta gli accenti in levare servono a visualizzare più uno Studio54 dei poveri che la Giamaica. Sezione fiati, frenesia e versi d’ammore. Un passo che, se non balli, ti porto dritto dal cassamortàro. Il pianoforte, che lo noti soltanto da adulto, prima sentivi solo la chitarra. E poi immagino la gratitudine di chi, spendendo i soldi per un doppio album, trovava una canzone in regalo, senza un titolo di riferimento. Sotto sotto: una paraculata che, per caso, divenne una mossa vincente in termini di marketing. E poi, l’immagine da “vendicatori degli oppressi”: finirono per crederci anche loro. Come avrebbero dovuto sentirsi, dopo aver donato un pezzo come “Train in Vain”?

Tiebelly

E se ancora non ne avete avuto abbastanza, venerdì 20 e sabato 21 Search & Destroy Radio celebra l’anniversario della scomparsa di Joe Strummer con la quinta edizione della Strummer Night: 20 tra band, artisti e selecter per una festa che è anche un modo per ricordarci da dove veniamo e chi siamo.

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