“Ho iniziato con la musica leggera perché in un’era di miti pensavo fosse indispensabile tendere al successo. Poi fortunatamente ho capito che ci sono dei valori diversi ed ho cambiato strada”

Queste dichiarazioni tratte da un’intervista del 1976 potrebbero essere già sufficienti per avere un’idea di Franco Battiato

In realtà anche ascoltando con attenzione tutte le sue opere, probabilmente non si arriverà mai a comprendere a pieno un artista che in oltre quarant’anni di carriera ha sempre amato mettersi in dubbio, esplorare mondi nuovi ed allontanarsi dalle ovvietà.

Franco Battiato è noto al grande pubblico dalla sua svolta pop avvenuta nel 1979, e culminata con il grande successo de “La Voce Del Padrone” (1981) album talmente diffuso in Italia che nemmeno sembra strano che l’italiano medio in spiaggia cantasse di contrabbandieri macedoni o di profughi afghani che dal confine si spostarono in l’Iran.

Ma non ci sarebbe stato il Battiato da hit-parade se non ci fosse stato un prima, e che prima.

Dopo gli esordi degli anni 60 legati a quella musica leggera che ha più volte rinnegato, a fine decennio il musicista catanese fu attratto dall’universo elettronica.
Un universo ben poco diffuso in Italia fino a quel momento, se si escludono alcuni spunti nel prog nazionale, su tutti Il Balletto di Bronzo e i Capsicum Red.
Sta di fatto che Battiato si buttò con tutto se stesso nella realizzazione del suo primo album che avrebbe aperto un nuovo capitolo: “Fetus”, terminato nel 1971 ed uscito nel 1972 fu uno shock per il panorama nazionale (e non solo).

Non era solo la matrice elettronica in se per se ad essere presente, infatti il massiccio utilizzo del sintetizzatore analogico VCS3 (con architettura a voce semi-modulare) era una novità assoluta nel nostro paese e quei suoni distorti, imponenti, quasi strazianti rendono l’ascolto un’esperienza senza precedenti.

D’altronde la parte sonora è stata partorita per dare vita ad un concept-album basato sul romanzo “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, spunto per parlare del concepimento dell’essere umano in una società disumanizzata, attraverso concetti scientifici, biologici ed antropologici.

Insomma, un disco che rompeva decisamente le corde non solo col proprio passato ma con tutto ciò che fino a quel momento era la musica in Italia.

Fetus era solo l’inizio di un decennio di album sperimentali e rivoluzionari, nei quali si passava dalle influenze di Karl-Heinz Stockhausen (“L’Egitto Prima Delle Sabbie” del 1978 ha persino il vinto premio a nome del compositore classico-elettronico tedesco) agli approfondimenti sulla cultura medio-orientale, che hanno il loro apice in “Sulle Corde di Aries” (1973), album universalmente considerato uno dei capisaldi del rock progressivo in chiave sperimentale.

In “Pollution” del 1972, metteva in atto quella che all’epoca lui definì la tecnica del collage, vale a dire la sovrapposizione di parti cantate o recitate, dialoghi di film o discorsi di politici su frammenti di brani di altri artisti, principalmente classici. In sostanza Battiato stava anticipando di qualche anno quella che a fine anni 70 si affermò come l’arte del “sampling”, i campionamenti, cioè le basi per musiche a venire, dal rap alla house e all’elettronica contemporanea.

Una cosa è certa: il Battiato degli anni 70 non è per tutti.

Se nella prima metà del decennio l’impronta prog ed in parte cantautorale rendevano appetibili i suoi dischi ad un pubblico colto ma in parte abituato alle influenze di Peter Hammill o di Peter Gabriel, nella seconda metà la deriva sperimentale si faceva sempre più pesante fino ad arrivare a lavori in cui si reiterava all’infinito un unico accordo. Probabilmente a quel punto lo stesso artista si rese conto che i muri da sfondare avevano un’altra forma e di punto in bianco si reinventò.

Del Battiato degli anni 80 si conosce quasi tutto, decennio per altro anticipato da un album favoloso uscito nel 1979, “L’Era del Cinghiale Bianco” che contiene tra gli altri un pezzo senza tempo come “Magic Shop” ma soprattutto l’apporto di musicisti di estrazione prog, rock, e persino R&B quali Alberto Radius, Giusto Pio e Tullio De Piscopo. Tra ispirazione presa dal filosofo Renè Guenon (spesso citato), influenze medio-orientali e intermezzi classici, ne esce fuori una sorta di new wave personale che funge da ponte verso ciò che stava per venire di lì a poco. Eppure questo disco, come il successivo “Patriots” (1980) rimasero lontani dalle classifiche per essere poi riscoperti e celebrati più avanti.

Basti ricordare, ad esempio, che Patriots contiene quell’”Up Patriots To Arms” coverizzata nel 2007 dai Subsonica.

Ma poi arrivarono “Bandiera Bianca”, “Centro di Gravità Permanente” e “Cuccurucu” tutti contenuti ne “La Voce del Padrone” che rese Battiato un eroe popolare, cantante da un milione di copie vendute (il primo in Italia) portandolo ad una ribalta che sembrava essere diametralmente opposta al suo essere schivo, silenzioso e solitario.

 

La sua carriera negli anni 80 ha visto l’uscita di album di alta qualità tra i quali spiccano “Orizzonti Perduti” (1983) e “Fisiognomica” (1988) che in qualche modo si può considerare l’ennesimo apripista di un nuovo capitolo della carriera di Battiato, quella adulta, che lo avrebbe visto tornare a sperimentare seppur in modi diversi, esplorando il mondo dell’opera e del teatro, fino a ritornare all’applicazione dell’elettronica nei suoi lavori tra fine anni 90 e anni duemila quali “Gommalacca” e “Dieci Stratagemmi”, riuscendo per altro a sfornare un altro grande successo con la bellissima e struggente “La Cura” inclusa ne “L’Imboscata” del 1996.

Trasversale alle ideologie ma spesso autore di testi pregni di critica sociale, “Povera Patria” su tutti ma molti dei suoi brani hanno riferimenti sparsi al decadimento della morale, anche quella propria per certi versi, quando faceva una velata (nemmeno troppo) ironia sul suo “essere schiavo di sua maestà il denaro”.

Spesso associato al misticismo e alla spiritualità, senza dubbio elementi presenti nelle sue opere ma vissuti ed interpretati in maniera molto personale, quasi metafisica, eterea. Capace di portare alta la bandiera della sicilianità nella maniera più elevata possibile, mai scontata e banale, sempre legata alla terra in maniera culturale, una terra fatta di persone, di immagini, di profumi.

Attratto dal mondo arabo, dalle sfumature linguistiche a quelle canore, fino a passare alle tradizioni che lo legano con un fil rouge alla sua Sicilia, in un rapporto di amore conflittuale (“non sono legato alla natura confusionaria del meridione ma alla perfezione gelida dell’aeroporto di Zurigo, preferisco i rumori del Libano”).

Libero a 360 gradi, aperto mentalmente, in grado di scrivere o collaborare con artisti di diversa estrazione e generazione, da Juri Camisasca ad Alice, da Giuni Russo a Morgan, non ha mai fatto sì che la sua infinita preparazione potesse impedirgli di apprezzare generi musicali apparentemente lontani dai suoi mondi.

Tutto questo (e tanto altro) era Battiato, personaggio che ha avuto il pregio di mettere la sua arte davanti a tutto, arte tramite la quale ha regalato al mondo ricordi indelebili con l’abilità più unica che rara di saper mescolare il mondo intellettuale a quello popolare. “Il più grande musicista italiano vivente” ora non vive più ma uno dei suoi punti fermi era il non aver paura della morte, con la quale aveva da sempre stabilito un rapporto di armonia. Ecco, forse noi comuni mortali quell’armonia non la riusciremo a raggiungere ma sapere che la musica di Franco Battiato ci accompagnerà e rimarrà anche dopo di noi, sicuramente ci darà tanti spunti per stare meglio e scoprire tanti dettagli nuovi della vita, nascosti tra le sue composizioni.

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