E’ finito il Festival di Sanremo 2025 e questa volta lo vorrei utilizzare come sponda per parlare un po’ di musica, prendendo soltanto spunto dalla manifestazione.

 

di Claudio Contini

 

Non solo perché ormai lo fanno tutti e già durante la prima esibizione di ogni artista, in troppi si sentono in diritto di sparare sentenze. Non solo perché ogni giudizio è troppo facilmente influenzabile dai gusti personali, e si finirebbe per elevare a fatti quelle che sono delle semplici opinioni. Ma se preferisco evitare di scendere troppo nello specifico è perché, volente o nolente, nella settimana del Festival la musica è al centro dell’attenzione ma quasi mai vengono portati alla luce quelli che sono i veri problemi di questa arte, in particolar modo nella sua attuale interpretazione italica.

Sia chiaro, la mia è ben lontana dall’essere un’intenzione di esprimere la verità assoluta. Riporto semplicemente le impressioni che elaboro dopo decenni di ascolti, migliaia di dischi comprati, approfondimenti di diverso tipo e appartenenza abbastanza lunga al mondo delle radio, con vari programmi di musica all’attivo. Un curriculum che non mi mette in alcun modo al riparo da errori e da dimenticanze ma che quanto meno mi dà delle basi fattuali per poter parlare di musica con cognizione di causa.

Partiamo proprio da questo Festival appena terminato.

Mi sarebbe piaciuto, come gli scorsi anni, fare un’analisi artista per artista. Avevo anche cominciato a farla. Ma poi mi sono reso conto che alcune schede erano praticamente uguali tra di loro, altre non rendevano giustizia all’artista, altre ancora erano influenzate da un coinvolgimento personale che mi rendevano impossibile essere imparziale. Ad esempio, non potrei non parlare con entusiasmo della presenza di Shablo con Guè, Tormento e Joshua, perché quello che hanno portato a Sanremo è stato un pezzo fondamentale della mia vita, quella di Hip-Hopper della prima ora, cresciuto con i pantaloni baggy e il cappuccio in testa e quel sound senza compromessi nelle cuffie. Inutile sottolineare che l’aggregarsi di Neffa che è tornato a rappare Aspettando Il Sole durante la serata cover, non ha fatto altro che aumentare l’emozione di un cinquantenne che per qualche minuto è tornato leggero come trenta anni fa. E prima che tanti miei compagni di viaggio nella cultura Hip-Hop mi inondino di però, so benissimo che sia Guè che Tormento nella loro carriera, anche recente, hanno fatto pezzi migliori di La Mia Parola (che è comunque un bel pezzo). Ma qua conta soprattutto l’approccio nudo e crudo ad un contesto che non ci capirà mai fino in fondo. Perché quando Tormento dice “Gin And Juice” e “Party And Bullshit” solo noi sappiamo che sta citando Snoop e Biggie. Perché Guè che sorride mentre si gode la strofa di Neffa è un modo di condividere la gioia di tutti noi. Perché Joshua, molto bravo, che quando canta ci ricorda Nate Dogg è un riferimento esclusivo per chi nel 1992 è stato sommerso dal G-Funk. E poi gli scratch di Shablo, gli outfit fuori da ogni dettame sanremese ma non perché studiati, perché noi ci vestiamo proprio così, lo swag di Guè, l’aura da veterano di Tormento… Insomma, non credo di dover andare oltre per far capire la mia sfacciata parzialità.

E visto che siamo partiti, così di getto, con l’entusiasmo di ciò che mi ha colpito, vorrei dare le mie personalissime props ad alcuni protagonisti di cui si è parlato poco o nulla.

Parto da Mace, autore della produzione di Eco di Joan Thiele, uno dei pezzi maggiormente apprezzati dalla critica e dal pubblico più esigente. E senza nulla togliere al talento della cantante gardesana, mi viene da dire che il merito principale è del tappeto musicale in odor di trip hop e psichedelia, orchestrato da colui che in questo momento è uno dei migliori beatmakers del Paese. Continuo con Giulia Anania, una delle autrici del testo e della musica del pezzo di Massimo Ranieri. Giulia è una poetessa, cantautrice e, appunto, autrice romana, il cui talento è sempre troppo poco sottolineato. Per altro Un Cuore Fra Le Mani, seppur inevitabilmente retrò, è un brano di ottimo livello, con un arrangiamento di classe che accarezza il jazz. Vado avanti e cito Clementino, la cui fama è ormai più televisiva che altro, ma rimane uno che sa dominare il palco come pochi altri e durante la serata dei duetti lo ha dimostrato, accompagnando Rocco Hunt in una cover energica e rispettosa di Yes I Know My Way di Pino Daniele, durante la quale i due hanno mantenuto un’attitudine molto Hip-Hop, buttandoci in mezzo anche parti rappate, tra cui quelle di un loro classico, O Mare O Sole. E chiudo la lista citando Johnson Righeira, non per spirito nostalgico e nemmeno perché L’Estate Sta Finendo, portata in cover da Coma Cose, è uno dei miei pezzi preferiti di sempre. Ne parlo perché Johnson Righeira è un artista vero ed una mente pensante che non ha mai tradito il suo spirito punk, e per questo vi invito ad approfondire alcuni suoi lavori poco noti, su tutti l’album Mondovisione del 2007.

Altri hanno ricevuto belle parole che non posso che condividere, su tutti Lucio Corsi, che ha addirittura rischiato di vincere.

Mi piacerebbe però sapere come sia possibile che subito dopo la sua prima esibizione, è scattata la corsa a chi lo aveva scoperto per primo, a chi dichiarava di amarlo incondizionatamente, a chi lo portava come esempio del necessario rinascimento della musica italiana. Ma se lo stivale e le sue isole erano gremite da tutti questi fans, perché Lucio Corsi prima di Sanremo era solo un artista di nicchia? La domanda è sfacciatamente retorica ma poi sale automaticamente il fastidio quando i meritati complimenti diventano leccate ingiustificate, se persino Volare cantata con Topo Gigio viene venerata come il Live At Pompei. Insomma, salire sul carro dell’alternativo dopo averlo ignorato tra gli stenti per poi dimenticarlo dopo poche settimane, con Lucio Corsi ha assunto dimensioni da ultrà occasionali che per fortuna il buon Lucio saprà abilmente respingere per merito della sua intelligenza e della sua invidiabile capacità di alienarsi da certe dinamiche.

Mi aggancio a questo discorso per commentare quello che è stato detto in più sedi dopo la classifica finale, che ha visto Brunori Sas e Simone Cristicchi entrare nei primi cinque, andando a rappresentare proprio insieme a Lucio Corsi una sorta di “rivincita del cantautorato”. Intanto mi è necessario sottolineare che essere cantautore non è automaticamente sinonimo di superiorità artistica. Lucio Battisti non era un cantautore perché non ha mai scritto un testo, occupandosi in maniera maniacale (e inimitabile) della composizione del suono ma è considerato senza dubbio uno dei più importanti protagonisti de sempre della musica italiana.

E poi, ancor più importante, si possono anche scrivere testi e musiche opinabili. Non è soltanto il caso di chi scrive puntando esclusivamente alla reazione emotiva del pubblico ma ad esempio Brunori, che ha una lunga carriera alle spalle, ha scritto testi molto più complessi ed interessanti de L’Albero Delle Noci. Ma il vero motivo per cui questa non può definirsi una rivincita, è semplicemente perché la classifica finale di Sanremo ormai da anni non è un vero segnale di cosa realmente fa i numeri in Italia. Non mi piace fare previsioni ma sono quasi certo che Il Ritmo Delle Cose di Rkomi, ingiusto penultimo, farà molti più ascolti della lacrimosa Quando Sarai Piccola di Simone Cristicchi.

 

E poi, una volta per tutte, basta con questa spocchia verso tutto ciò che è nuovo! Si, è vero, il problema delle canzoni fatte con lo stampino esiste e l’egemonia del solito nucleo di autori è imbarazzante, al punto da relegare ad interpreti di pezzi usa e getta, artisti che avrebbero talento sufficiente per dire la loro in maniera più personale. Ma nel mazzo della new generation esistono eccezioni che anche in una situazione nazional-popolare riescono a portare la loro cifra artistica senza cedere troppo a dinamiche radiofoniche e commerciali. Achille Lauro ne è forse la dimostrazione più lampante, soprattutto perché nel suo percorso è passato da uno dei più odiati ad uno dei più amati, restando però sempre se stesso, nonostante un’innegabile evoluzione che è passata soprattutto attraverso l’abbandono di certi fronzoli. Chi lo ascolta dai tempi di Ragazzi Madre (ad oggi forse il punto fermo della trap italiana) o ancor prima, di Barabba, sa che Lauro è un personaggio istrionico che con la musica porta sul palco il disagio dei reietti, dei diversi e degli avversi al conformismo.

E a proposito di Lauro, la sua esclusione dai primi cinque ha portato l’ingessato pubblico sanremese ad alterarsi ma mai quanto quella di Giorgia. Data per vincente prima, ed ancor di più dopo la sua masterclass vocale, elevata alla potenza con la cover di Skyfall insieme ad Annalisa, mi fa fare per l’ennesima volta la stessa riflessione: ma è giusto premiare un’artista perché ha una voce oggettivamente incredibile? Non che il pezzo di Giorgia fosse brutto (Blanco è uno che sa scrivere e si sente) ma non sarà che da un’artista come lei, colta, intelligente, con gusti musicali da sempre verso il mondo soul ed R&B, ci si aspetti qualcosa in più della solita, classica, canzone pop? Giorgia, se per qualche utopico motivo stessi leggendo, per favore, regalaci un album alla Mary J. Blige! Tu lo puoi fare, e magari dillo pure alla stessa Annalisa e ad Elodie, che nel recente pezzo con Tiziano Ferro, sembrava aver intrapreso quella strada ma poi è ritornata nella comfort-zone della melodia facile e della cassa dritta.

Fedez e Tony Effe. Ne devo parlare perché in qualche modo sono legati al mio mondo, quello del rap, seppure in maniera non così diretta. E’ sempre giusto scindere l’artista dal personaggio pubblico ma con Fedez riesce particolarmente difficile, nel bene e nel male. D’altronde dopo aver messo per anni la propria vita in vetrina, viene naturale associare i suoi testi con le sue faccende private. E dopo le sue esibizioni a Sanremo potrebbe venire automatico tacciarlo per l’ennesima volta di paraculismo, probabilmente anche a ragione. Ma oh, io che sono ben lontano dall’esserne fan, né come artista né tanto meno come personaggio, devo riconoscergli una certa autenticità nel suo approccio. Non che Battito o la nuova versione di Bella Stronza (con un Masini che si è prestato in maniera molto umile alla revisione dell’interpretazione) diventeranno pezzi delle mie playlist ma sarebbe falso dire che non siano stati tra i testi più d’impatto di questa edizione.

Su Tony invece, so che posso risultare poco compreso, dato che sputargli addosso è lo sport nazionale da qualche mese a questa parte. Ed io non sono di certo un suo fan della prima ora, venendo dalla “vecchia scuola” sono abituato a ben altro calibro di rappers, e confesso che inizialmente non amavo per nulla la Dark Polo Gang di cui faceva parte. Solo che Tony Effe ha avuto il grande merito e l’enorme umiltà di studiare e di crescere artisticamente. Ascoltate la tecnica dei suoi rap recenti e confrontatela con quella dei primi tempi. E’ ovvio che non parliamo né di Rakim né di Danno dei Colle Der Fomento ma i suoi progressi sono innegabili. Questo per molti non giustificherà i suoi testi considerati misogini e violenti, e posso capirlo. E’ però un argomento che in qualche momento ne riassume tanti già trattati in precedenza: da quell’attitudine Hip-Hop che è faticoso assorbire dall’esterno, fino all’assurda pretesa che ogni testo debba essere di matrice intellettuale o dalla giusta morale. Non sto qui a spiegare che nei testi rap spesso si interpretano personaggi (che per altro sono spesso esistenti e che si fa finta di escludere dalla realtà perché sono brutti e cattivi) e che bisognerebbe sapere distinguere un testo personale da uno descrittivo di altre situazioni. Il rap sta pian piano dominando la scena musicale del Paese e prima o poi tutti ci arriveranno da soli. Damme Na Mano è un tentativo di omaggio a Roma e ai suoi stornellatori più intensi, dal citato Califano a Gabriella Ferri. E si, è vero che Tony non è un cantante e che il pezzo è semplice ed innocuo, solo che trapela quell’animo tormentato che si fa corazza di una scorza apparentemente dura, sbattendo in faccia a chi ascolta una personalità che nella maggior parte degli altri interpreti è brillata per la sua assenza.

E visto che si dà così importanza ai testi di Tony, voglio chiudere proprio parlando dei contenuti di ciò che abbiamo sentito sul palco dell’Ariston.

Ci era stato anticipato che non avremmo avuto testi impegnati in questo Festival e la cosa non mi aveva particolarmente sorpreso dato che lo scorso anno un solo accenno al genocidio israeliano in Palestina da parte di Ghali era diventato un caso nazionale. Inoltre, non ho memoria di Festival particolarmente incendiari e nemmeno illuministi a livello di parole. Però è innegabile che il nazional-popolare si sia definitivamente spostato a destra, seguendo la tendenza politica non solo italiana ma -ahimè- mondiale. E questo non è tanto colpa dei cantanti che, a parte un paio di notabili eccezioni (Willie Peyote e Coma Cose, testi sottovalutati da leggere con più attenzione) si sono buttati sui soliti sentimentalismi. Si è soprattutto notato da qualche dettaglio concesso dalla democristiana conduzione di Carlo Conti: gli accoliti ai vari corpi militari, il ricordo delle foibe, la pantomima del duetto israeliano-israeliano mascherato da israeliano-palestinese, la lettera del Papa, l’istituzionalismo stantio di Roberto Benigni, l’assenza di qualsiasi tipo di provocazione, al punto da rendere qualche battuta di Geppy Cucciari un atto di ribellione assoluta. Il tutto condito dal solito circo mediatico guidato dai soliti vecchi tromboni giornalisti che fanno sempre le stesse inutili domande, spesso corredate da provocazioni di bassa lega legate al gossip e ai fuori onda privati.

Sono convinto che il famoso cambiamento da molti reclamato dopo la classifica finale passi ancor prima da tutto ciò che circonda la musica italiana che dai protagonisti stessi.

Cominciamo a dar più spazio alle etichette indipendenti, più fondi ai locali che fanno suonare artisti non di massa, più credito alle radio fuori dal giro dei grandi network. Tutto questo sarebbe molto stimolante in primis per chi fa musica, che magari invece di accontentarsi di fare la hit che dopo pochi mesi è dimenticata per essere sostituita dalla prossima di un altro interprete, potrebbe provare ad esprimere qualcosa che porti al pubblico la sua anima e la sua passione. E poi anche per chi ne fruisce. Così magari, tra dieci anni sul palco dell’Ariston cominceremo a sentire un’altra melodia. Ma non ce la faremo mai.