Il primo faccia-a-faccia della Rete de_ lavorat_ dello spettacolo e della cultura con i ministri della cultura e del lavoro Franceschini e Orlando. 

Davanti al ministero di Via Veneto a Roma e davanti alle Prefetture di Torino, Bologna, Napoli, Padova, Genova i presidi a sostegno. Ma è solo l’inizio!

Interventi audio di Davide Tecnico, Autorganizzati Spettacolo Roma & Marco, tecnico.

David

Due ore di confronto per toccare con mano la disponibilità dei due ministeri ad ascoltare davvero le richieste, considerare le questioni che sono state loro sottoposte come ineludibili, e questo incontro come il primo di altri necessari a costruire una riforma strutturale sulla base delle proposte di chi in questo settore ci lavora.

Due punti sostanziali sono stati portati al tavolo per aprire questa interlocuzione: la richiesta di un’annualità contributiva bianca, bonus e blocco dei licenziamenti fino a tutto il 2021, oltre a tutte le disposizioni sanitarie e tutele della sicurezza a carico del datore di lavoro, e l’apertura di un confronto per una riforma strutturale del settore.

 

La risposta è stata, a quanto si coglie, elusiva. Le richieste di sostegno sono state prese in considerazione  in quanto “già incluse” secondo i ministri, nel progetto di legge delega che dovrebbe essere licenziato ai primi di maggio, e la riconovocazione per affrontare un percorso di scrittura della riforma accolta, ma quando il testo sarà pronto.

Ora, a leggere il comunicato stampa dei sindacati confederali emesso dopo l’incontro con gli stessi ministri avvenuto evidentemente subito dopo quello con la Rete, si evince chiaramente un’impostazione completamente differente, ma che continua ad essere quella prevalente in quanto elude la necessità di cambiamenti strutturali del sistema.

 

“I sostegni al reddito nei periodi di inattività, con la formazione certificata e obbligatoria come strumento essenziale”, si legge nel comunicato, sono già una rappresentazione plastica di un criterio colpevolizzante: se non stai lavorando o hai perso il lavoro devi dimostrare la tua buona volontà sottoponendoti a degli obblighi. E’ il caso degli accordi Stato-Regioni del 2009 sulla cassa integrazione per gli enti che non sarebbero rientrati nell’erogazione della CIG erogata dallo Stato, e che hanno imposto a migliaia di lavoratori e lavoratrici ore e ore di corsi assolutamente inutili ai fini delle proprie competenze, ma vincolanti per ricevere l’ammortizzatore sociale.

 

Tant’è che a differenza di quanto sta proponendo la Rete, non si parla affatto di “Formazione Retribuita permanente”, ma di “Formazione certificata e obbligatoria”. Altre misure sono prese in considerazione come la “riforma del sistema di welfare e previdenziale con ampliamento della platea attraverso la riduzione dei requisiti di accesso, inserimento dei profili e prestazioni aggiuntive per il lavoro autonomo, registro delle professioni”. Ma vista l’impostazione iniziale, non si può non pensare che “la riduzione dei requisiti di accesso” in ogni caso impone la certificazione della contribuzione, che prima di tutto esclude chi finora ha lavorato in nero, e come è avvenuto finora anche chi ha più versamenti negli anni precedenti che non “dal 2019”, come inserito in tutti i dl usciti finora.

Altre sono state le questioni messe sul tavolo, come “l’emersione del lavoro nero”, “gli adempimenti a carico del datore di lavoro”, il rinnovo di tutti i contratti nazionali del settore (che la Rete, sottolineo, chiede di riunificare chiudendo con la miriade di forme contrattuali attualmente esistenti).  Ma nulla si dice, come ho già rilevato in precedenza, sulla revisione della redistribuzione dei fondi e la necessità di sostenere i piccoli spazi.

 

In definitiva, seppure diversi sono gli aspetti messi sul tavolo e che probabilmente saranno inclusi nella legge delega, il punto sostanziale rimane: è un braccio di ferro tra chi pretende di apportare “migliorie” all’interno di un sistema che non funziona più, e chi vuole cambiare questo sistema, per restituire possibilità di lavoro per tutt_, qualità e possibilità di scelta all’interno di un welfare completamente rivisto. I cui costi peraltro, senz’altro senza gli sprechi miliardari attuali, sarebbero ripagati dal lavoro vivo e quindi dal benessere psicofisico delle persone, aprendo una nuova stagione di civiltà e cultura.

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