Il nuovo album di Kaos

I millennials, piaccia o non piaccia hanno portato la trap e tutto ciò che gli gira intorno a dominare le classifiche grazie principalmente a delle produzioni tiratissime, contaminate dall’elettronica e dall’Hip-Hop con l’aiuto di qualche melodia pop acchiappa-visualizzazioni. I testi, diciamo così, non sono sempre al centro delle loro priorità. La storia della musica italiana invece ci parlava di cantautorato, di belle voci, di parole che prendevano il sopravvento su sonorità semplici, spesso banali.

Artwork realizzato da Gold, lettering di Draw Raviola, fotografia di Nuri Rashid

Nel mezzo tra la tradizione ed il suo contrario c’è però la generazione degli adolescenti degli anni 90, quelli che hanno costituito la scena Hip-Hop quando era una nicchia, ben lontana dal fenomeno mainstream che l’avrebbe contraddistinta nei decenni successivi. Una generazione partita dai centri sociali e dalle autoproduzioni, vissuta sempre ai margini del successo ma in grado di plasmare un momento indelebile nella storia culturale di questo paese. E lo hanno fatto mettendo insieme gli elementi fondamentali di chi li ha preceduti e di chi li avrebbe seguiti, dando a loro uguale, enorme importanza: parole e musica

Perché questo lungo preambolo? Perché dopo 7 anni da Coup de Grace, è uscito quasi a sorpresa Chiodi, nuovo album di Kaos, il rapper le cui parole hanno un peso specifico
incalcolabile, capaci da sempre di descrivere in modo vivido tutte le complicazioni dei rapporti umani, a partire da quelli con se stessi. E ad accompagnare i versi di Kaos non sono mai mancate produzioni di alto livello, sempre in grado di trasferire nella parte strumentale tutta la rabbia, il disagio, la frustrazione e la disperazione che traspare nei testi del rapper nativo di Caserta e cresciuto a Milano.

Allora da quella nicchia arriva a tre decenni di distanza, un 50enne che resiste e ci dà modo di farci ricordare quanto sia importante la miscela esplosiva delle parole con la musica

Partiamo da quest’ultima: per Chiodi Kaos si affida a quello che ormai sembra essere un socio inevitabile per i rappers di un certo tipo, vale a dire DJ Craim. Il beatmaker toscano non estrae nulla di particolarmente complesso dal cilindro, ma esattamente come aveva fatto per i Colle Der Fomento in Adversus crea il clima perfetto per il mood del disco. Le atmosfere sono cupe, polverose, sorrette da rullanti decisi e campionamenti molto cinematografici, che possono svariare da chitarre acustiche a voci femminili, da tastiere dark a parti elettriche più decise. Ed è al 100% lo stile di Craim, capace di non risultare “vecchio” senza cadere nelle facili trappole plasticose contemporanee.

E a 50 anni suonati, come afferma lui stesso alla fine del disco, Kaos cosa può darci?

La risposta è spontanea: esattamente quello che ci serve, se non di più. Lo si capisce già dalla traccia d’apertura, una sorta di intro all’opera in cui Kaos cavalca un beat minimalista corredato da campionamenti di frasi storiche di Danno e Masito, e mette le sue intenzioni in chiaro: e non finisce qua, non finirà realmente perché giuro che il futuro sarà meno divertente. La caratteristica voce profonda non pare perdere colpi, e così l’abilità di giocare con le parole mentre si esprimono concetti che colpiscono al cuore.

In 3° Grado Kaos sembra voler fare il primo amaro resoconto di cosa è diventata parte della scena con cui è cresciuto, senza mettersi su un piedistallo ma semplicemente analizzando le scelte di chi si è tirato indietro per poi fare tira e molla con la doppia H in caso di convenienza: nessuno vi ha interrotto, hai solo smesso di parlare e se il silenzio è rotto perché lo vuoi aggiustare?
La title track al primo ascolto ha avuto un effetto che raramente mi è capitato nell’ultimo periodo: mi ha emozionato quasi al punto di farmi scendere una lacrima. Su un beat tendente al trip-hop che lascia giustamente aria al testo, Kaos dipinge versi che restituiscono il senso di vuoto di chi ha perso una persona, una battaglia, una speranza o tutto. Il primo di questi versi va riportato per intero, perché è da brividi:
In questa stanza senza porte con le pareti storte
Uno spettro sul letto e troppe piante morte
Hai detto che sei forte ma senza via d’uscita
Se qua hai le mani sporche o la coscienza pulita
Perché, se ormai è finita, è finita veramente
La speranza è una ferita che ti uccide lentamente
A questo ci si abitua, ma non si ottiene niente
Perché il resto della vita ora appartiene al presente
È solo differente, lo speri sul serio
Lavori a luci spente perché il buio è più leggero
Là fuori, troppa gente che non sente per davvero
Perché ha gli incubi a colori e i pensieri in bianco e nero
Sei prigioniero di un legame da dissolvere
E, ad essere sincero, è più un problema da risolvere
È un alone di mistero sul colpevole da assolvere
Il padrone del mio impero di lacrime, di polvere

Siamo ancora alla primissima parte dell’album e già siamo stati travolti abbastanza.

Il bello è che proseguendo, l’asticella non si abbassa. Il pezzo successivo è L’Uomo dei Sogni, una riflessione amara sul conflitto tra sogni e realtà, impreziosita dal contributo del Colle, e vale la pena citare una frase di Danno che fa e adesso che il mio viso è un pallido riflesso In tutto questo faccio io da giuria e da boia al mio processo. Da sottolineare anche l’altra collaborazione presente, quella con i DSA Commando in Quarta Parete, uno dei due brani non prodotti da Craim ma affidato a Sunday, una posse-cut in cui l’alchimia tra i componenti è impressionante e in cui le stilettate a tutto ciò che è fake abbondano. L’essenza dell’hardcore Hip-Hop è tutto in questa traccia.

Lungo l’album si estendono versi che rappresentano la poesia degli emarginati e dei reietti, che sia nella critica del mondo perbenista presente in Prometeo, uno dei beats più potenti della tracklist corredato da un sample di Gaber che è una piccola chicca, o nel sound più rilassato di The Outsider (qualcuno mente, qualcuno gioca sporco, per qualcuno sei un sorriso che dice non ti sopporto) o ancora nel boom bap classico di Kanpai che è una sorta di riassunto dello stato d’animo che oscilla tra rabbia e voglia di rivalsa (ho esorcizzato il mio demone ma non l’ho mai sconfitto)

Insomma, il tempo scorre e tutto cambia eppure tutto resta uguale per chi si sente fuori luogo quasi ovunque. E per un artista come Kaos non ha senso far finta di niente, dai suoi lavori è necessario che esploda il senso di disagio per una condizione sociale che emargina chiunque non si omologhi.
Ed in 30 abbondanti anni Kaos lo ha sempre atto a suo modo, col suo stile, senza mai guardarsi indietro e senza rincorrere un passato che non c’è più, ma sempre con l’onesta e col talento che lo rendono un’icona dell’Hip-Hop italiano.

Come dice lui stesso su Sassi, uno dei pezzi più intensi dell’opera: con la paura che la sete non passi, siete fuori misura e credete che incassi, bè questa è la prassi e alla fine lo sapete, ho parole come sassi e rime come pietre.

Perchè sono le parole l’arma in più, quell’arma che è attacco ma è soprattutto autodifesa, quell’arma che restituisce a chi vive e respira Hip-Hop l’aria che da troppo tempo ci mancava.

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