Otto ore di Get Back il documentario sui Beatles, e uno pensa “Ma cosa c’è da dire sui Beatles che non sappiamo
ancora?”

Bè, dopo aver visto Get Back, la risposta è “Tutto”.

Non solo, si rimane con l’irrefrenabile desiderio di voler vedere il resto di quelle 60 ore che Peter Jackson ha ridotto per ricavare questi tre episodi di due ore e mezza circa l’uno.

Il regista neozelandese ha infatti messo le mani su tutto il girato originariamente destinato al criticato ed obiettivamente non centrato documentario “Let It Be” di Michael Lindsey Hogg, mettendo alla luce tutta l’intimità dei Fab Four e quel che ne esce è uno spaccato di rapporti umani che produce una magia, un regalo inaspettato per tutti i fans del quartetto e della musica in genere.

Già, la musica. Perché se è automatico il lasciarsi trasportare dalla simpatia di Ringo, dalla calma irriverenza di George, dalle follie di John e dalla creatività di Paul, quello che viene messo in evidenza in Get Back è la straordinaria, immensa e appassionata capacità dei quattro di fare musica.

Dentro lo studio di Twickenham allestito appositamente per loro, con l’idea di provare per arrivare a qualcosa di non ben definito, da una performance televisiva ad un concerto in Africa (“Ma non si fa perché Ringo ha detto che all’estero non ci vuole andare” dice candidamente Paul in una delle prime scene), da un album canonico a un concerto da registrare e mettere su disco, i Beatles letteralmente inventano musica. In maniera anarchica, fluida, libera.
Non senza intoppi, come è normale che sia per un gruppo arrivato al loro picco ed in cima al mondo ormai da anni. Ma tra sigarette, vino, birra, tè, toast, battute e frecciatine, esce fuori un mondo di suoni che ci restituisce l’essenza della genialità della band.

George Martin e Glyn Johns: 

Produttore e ingegnere del suono, dovrebbero in qualche modo dirigere il tutto, ma sono assolutamente consapevoli di chi hanno davanti ed è palese che la direzione del suono venga indirizzata dal perfezionismo di Paul McCartney (che riesce anche a controllare se i testi abbiano una corretta grammatica) e dalle intuizioni vincenti di John
Lennon, al quale basta un secondo per avere un impatto devastante sul sound con la sua chitarra blues e il suo carisma. Ma sottovalutare l’importanza di George Harrison sarebbe un errore grave perché traspare immediatamente la sensazione che il chitarrista si trovasse nel momento della sua carriera in cui la voglia di esprimere la sua arte era al massimo, e non c’è dubbio che di lì a poco lo avrebbe messo in chiaro con i suoi progetti solisti.

Potrebbe infatti sorprendere qualcuno che l’unico vero momento di crisi del gruppo in questa fase è stato il momento in cui George decide di andarsene, così di punto in bianco.

E Ringo? Ringo è lì con la sua batteria, spesso silenzioso ma sempre coinvolto, fuori dalla creazione dei brani ma mai in disparte, pronto a collaborare, a seguire le puntigliose indicazioni di Paul e a
sdrammatizzare il tutto con un sorriso o una battuta. E quando a un certo punto si mette a strimpellare al piano Octopus’s Garden, con George che lo aiuta nell’arrangiamento, si ha quasi voglia di stare lì ed abbracciarselo. E poi c’è lui a dare il tempo delle decine di capolavori che in quel mese di gennaio del 69, tra Twickenham e l’Apple Studio di Saville Row a Londra, i quattro tirano fuori.

Paul crea Get Back dal nulla

Partendo da una bozza di idea mentre si lamenta scherzosamente del solito ritardo mattutino di John, che quando arriva imbraccia la chitarra e si unisce al groove come se avesse ascoltato tutto da lontano. E i due trovano addirittura il modo di trasformare un testo inizialmente innocuo in una denuncia verso le politiche britanniche anti-immigrazione in crescita all’epoca. E così, apparentemente improvvisando, ma in realtà con le idee di fondo ben chiare, assistiamo al parto di classici quali Let It Be, Don’t Let Me Down, I’ve Got A Feeling, o ancora di I Me Mine, nata da un’illuminazione di George Harrison che la sera precedente aveva visto un valzer in TV e da quella melodia si era lasciato ispirare. Lo stesso Harrison propone altre sue composizioni e se le vede poi rifiutare dal duo Lennon-McCartney ma vedere All Things Must Pass suonata da tutti e quattro insieme è un’emozione indescrivibile. Eppure a un certo punto John, proprio parlando con George, dice un’altra frase che colpisce. Intuendo le velleità creative di Harrison, suggerisce

“potremmo fare le nostre cose separatamente e continuare a suonare come gruppo. Sarebbe bello”. Bello, si. Chissà se fosse veramente accaduto…

 

 

Poi ci sono le improvvisazioni, alcune anche in territori diversi dal classico sound beatlesiano, che ci donano l’ennesimo aspetto della sconcertante genialità della band.

Su tutte spiccano quelle fatte dopo il trasferimento all’Apple Studio, e molto è dovuto dalla presenza di Billy Preston, tastierista ed organista all’epoca ventitreenne ma in grado di far svoltare il groove al punto che John Lennon si esalta e lo propone come membro fisso del gruppo, al che McCartney con il suo solito, razionale sarcasmo risponde “fatichiamo già a metterne d’accordo quattro, figurati cinque”. Ma l’intesa tra il session-man e i Beatles è evidente, e si capisce anche dall’esecuzione delle varie cover, soprattutto del rhythm & blues dei quali erano avidi ascoltatori. E con deliziosa umiltà, Paul si rivolge a Preston dicendo “siamo quattro bianchi del Nord dell’Inghilterra, perdonaci se il soul non ci viene così automatico”.

Insomma, solo l’ascolto e la visione dell’esecuzione di tutta questa grande musica varrebbe la visione dell’opera.

Solo che come se non bastasse, a corollario ci sono gli scherzi, le condivisioni, i confronti, le discussioni e tutto ciò che rende un gruppo di persone una vera e propria famiglia. John Lennon è un
autentico mattatore, sempre con la battuta giusta, dissacrante e folle, gioioso e fatto quanto basta (forse anche di più ma chi se ne frega). E Paul gli va dietro, i due si scambiano sguardi, sorrisi, parole. Mettere in dubbio l’amicizia profonda tra i due è impossibile, e non importa se dopo la separazione si sono lanciati frecciatine e messaggi non proprio dolci: tra i due c’era un vero e proprio amore fraterno che Peter Jackson ha avuto il merito di portare al pubblico senza filtri, genuino come è giusto che sia.

A tal proposito, si è parlato tanto di quanto Yoko Ono avrebbe portato la band alla rovina.

A giudicare dalla primissima parte della serie, verrebbe da dare ragione a queste voci: la sua presenza accanto a John è quasi inquietante, così costantemente incollata a lui ma quasi scocciata da quello che le succede intorno. Così mentre i quattro costruiscono capolavori lei legge riviste e fa l’uncinetto e la cosa più naturale è ammirare la calma con la quale gli altri la ignorano. Poi però Yoko diventa parte integrante di quelle giornate, la si vede interagire e coinvolgersi, fino a partecipare ad una jam con i suoi classici urletti, una sorta di anticipazione di quelli che sarebbero divenuti i suoi futuri lavori discografici, su tutti “Fly”, un piccolo classico dell’avanguardia rock.

Ma i personaggi di contorno non si fermano a Yoko Ono.

Appaiono tutte le compagne dei componenti del gruppo ed a brillare è certamente la compianta Linda Eastman, moglie di Paul, la cui naturale bellezza non è mai invadente, eppure si fa sentire sempre, mentre fotografa, mentre osserva, o quando porta in studio la figlia Heather, che per dieci minuti ruba la scena e fa sciogliere i cuori a tutti, da John Lennon agli assistenti di studio.

Ecco, appunto, poi ci sono i tecnici vari, dal road manager agli ingegneri del suono, tutte figure che si incastonano alla perfezione nello spaccato dell’epoca, esaltato dai vestiti, dagli accessori e dai magnifici colori riportati alla luce da un eccellente lavoro di post-produzione che fa vivere l’opera come se fosse stata girata ieri. Infine, ma è quasi superfluo dirlo, c’è il famoso concerto finale sul tetto dell’Apple Studio. Quello che accade in quella mezz’ora è magico di per se ma vedere tutto l’insieme è assolutamente strabiliante. Un quartiere d’affari londinese travolto da un suono senza volto che viene dal cielo, chi si ferma, chi non capisce, chi si chiede cosa stia succedendo. E mentre si smuovono commissariati locali per le chiamate di protesta per il rumore e la folla pian piano aumenta, i Beatles tirano fuori tutto quello che c’è da tirar fuori in un’esibizione-lampo che sarà la loro ultima di sempre e che darà vita a brani poi finiti su Let It Be.

I giudizi definitivi non mi piacciono e quindi non ne darò ma che i Beatles siano uno dei gruppi più importanti della storia, è innegabile.

Guardando Get Back non solo se ne capisce il motivo ma si entra nel loro mondo fino a farne parte. E per queste otto ore, non si vorrebbe stare altro che vicino a loro, magari in silenzio, tra le risate di John, le risposte di Paul, gli sguardi sornioni di Ringo e i completi sgargianti di George (comprese delle dubbiosissime scarpe floreali a mò di galosce del quale sembra andare particolarmente fiero). Perché che si amino alla follia o si conoscano solo superficialmente, i Fab Four emozionano, catturano l’attenzione e conquistano definitivamente.

E soprattutto, inondano il pianeta di musica senza tempo. Da non perdere.

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